Per l’Afghanistan, per l’umanità

Particolare della Moschea Haji Piyada di Balkh (Afghanistan)

Qualche giorno fa una persona affettuosamente mi ha dato della #talebana perchè indossavo un hijab più lungo del solito. Garantisco che non c’era alcuna intenzione di offendere, era solo uno scherzo che però non mi ha fatto ridere affatto. Ho compreso con amrezza che quello era il risultato naturale di anni di oggettivazione del corpo femminile per raccontare l’Afghanistan. Ho avuto modo di spiegare a questa persona, che con umiltà e apertura ha compreso quello che sento in queste ore. Io posso infatti solo sentire, non analizzare, non spiegare, non informare, perchè di #Afghanistan non mi sono mai occupata professionalmente. Per questo ci sono persone competenti come Emanuele Giordana e Giuliano Battiston. Quello che sento è il peso dell’ #Islam e il peso di essere #donna con una chiara visione del #patriarcato che schiaccia e opprime, e il peso di essere #europea e #libera e il peso di portare il #velo a tutti i costi…insomma il peso dell’#esistenza umana.

Con questo peso prego affinchè sia donata pazienza e forza a uomini, donne, bambini, anziani e giovani che da decenni vivono nel terrore, nella sofferenza, e nella distruzione che sembra non avrà fine in questa dimensione terrena.

Con questo peso prego affinchè le persone in diaspora possano trovare ogni tanto sollievo dalla pena di essere lontani dai loro cari, impotenti e sconfitti, spesso in condizioni altrettanto difficili. Con questo peso prego affinchè il lavoro delle persone che portano alla luce la Bellezza e la Ricchezza dell’Islam, come via spirituale che conduce alla Serenità del cuore dentro e fuori di noi possa continuare senza sosta.

Nel corso dei secoli tanti testi sono stati prodotti a partire dal Sacro Corano e dalle raccolte di tradizioni riguardo al Profeta Muhammad, tante interpretazioni e speculazioni. A noi la responsabilità di selezionare quelle che producono Misericordia incessante e Pace perpetua in noi e in relazioni ad altri. A noi la responsabilità di rifiutare quelli che sono facilmente manipolabili per giustificare oppressione, violenza e ingiustizia. In Afganistan laddove oggi si consuma una nuova fase di una guerra sottile e ingiusta causata da sete di potere, desiderio smodato di profitto, a Balkh, nel 1207 nasceva il sommo poeta Rumi, che nella sua più grande opera scriveva

“Perchè le devozioni producano frutti, è necessario il sapore spirituale; è necessario il nocciolo, affinchè la drupa dia vita ad un albero. Una drupa senza nocciolo può diventare un arbusto? La forma priva di un’anima è soltanto un fantasma.”

Da credente e studiosa dell’Islam posso solo pregare e continuare a studiare e trasmettere conoscenza. Che ognuno possa trovare un modo di partecipare a questa immensa tragedia con i propri mezzi e le proprie competenze, nel rispetto dell’umano che lentamente muore.

L’Islam ha bisogno del femminismo?

Lady Oscar, una donna cresciuta da suo padre come un maschio, era il mio personaggio animato preferito da bambina. Con lei sono cresciuta nel bene e nel male attraversando la Francia del diciottesimo secolo prossima alla Rivoluzione francese.  E’ una serie che ho visto in diverse fasi della mia vita e che ho apprezzato nella sua versione originale: il manga di Riyoko Ikeda, un’opera d’arte, un capolavoro che occupa quasi il posto di un’enciclopedia tra i libri sparsi nel mio salotto.  Nel racconto originale Oscar accetta ben volentieri il destino cucito per lei dal padre, attendendo con ansia il giorno della presa di servizio come guardia reale. Con il passare degli anni suo padre si accorge di aver spinto la figlia verso situazioni molto pericolose, e di aver probabilmente commesso un errore ad averla educata in quel modo. In un cruciale dialogo fra i due Oscar chiede a suo padre:

– “Padre, rispondetemi! Se mi aveste cresciuto come una normale fanciulla , mi avreste dato in sposa contro la mia volontà, una volta che avessi compiuto i quindici anni, come le mie sorelle? […] Mi avreste insegnato a suonare elegantemente il clavicembalo, a cantare le arie? Avrei partecipato a ricevimenti ogni notte, sotto il peso di vesti fruscianti, tra risate e chiacchiericci? […] Avrei sfoggiato sete e velluti, nei posticci, fragranze alla rosa, scatole di belletti a motivi arabescati, ciprie soffocanti?! Rispondetemi!

– Sì, è proprio così, è questo ciò che sarebbe accaduto in quel caso.

– Allora vi ringrazio padre…Vi ringrazio di avermi concesso di vivere in questo modo. Pur essendo donna ho avuto modo di osservare il mondo, di vivere come una persona, di lottare per farmi strada tra la folli adegli esseri umani.”

Ikeda, Riyoko 1972-73 (ed. italiana 2020), Le rose di Versailles, vol. 4, pp. 81-84.

Oscar François De Jarjayes si accorge di vivere in un sistema che imprigiona uomini e donne in comportamenti ben precisi, che spesso diventano gabbie asfissianti. Si rende conto che la parte maschile del mondo gode di privilegi sconosciuti alla parte femminile, e sceglie di continuare ad assolvere il suo dovere e di seguire le sue inclinazioni.  È quello che accade a molte donne quando aprono e gli occhi e scoprono di essere state i burattini dei loro padri, i giocattoli dei loro mariti, le prede di uomini voraci, le vittime di giochi potere che le hanno asservite e ridotte ad oggetto. Un passo avanti lo si muove anche quando si guarda un po’ più in là nel mondo dei maschi e si vedono altrettante persone in catene, costrette a comportarsi come conviene, come è giusto che sia, senza farsi troppe domande. E ancora si vedono donne che accettano e anzi collaborano ai continui abusi di potere a cui sono sottoposte, per comodità, per incoscienza, per mancanza di mezzi per trasformarsi.  Il principio del cosiddetto ‘femminismo’ si nasconde proprio tra le pieghe di un’esistenza ai margini, di diritti negati, di bocche chiuse, violenze e soprusi. Lo spettro del patriarcato, un sistema di potere basato su una visione gerarchica delle relazioni, avvelena i corpi e li costringe a muoversi contro la loro volontà. Dimenticando per un attimo il genere maschile e femminile, si può affermare che tutte le volte in cui cede al desiderio di sopraffare l’altro, di piegarlo alla propria volontà, di approfittare dei privilegi per nutrire il proprio egoismo, si sta cedendo alla logica che sta alla base del patriarcato, di cui le femministe cercano di disfarsi. In diverse parti del mondo, con svariate modalità da secoli le donne lottano per affermare i propri diritti, per assicurarsi dignità, spazio, vita e respiro. Cercano di riaffermare se stesse per nutrire le relazioni di giustizia e uguaglianza, per garantire un’esistenza migliore. Tra queste ci sono anche le femministe islamiche o femministe musulmane: i due termini sono usati a volte in modo intercambiabile, a volte per sottolineare delle differenze di metodo e di visione. Ma può l’Islam essere compatibile con il femminismo? Può l’Islam essere foriero di principi di uguaglianza di genere? Si possono interpretare le fonti islamiche secondo un’ottica di genere? Se sì, chi può farlo? Le domande sono innumerevoli, la mia invece qui è una sola: l’Islam ha bisogno del femminismo?Per tentare di rispondere è necessario condividere una definizione di Islam.

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L’Islam è tante cose insieme, ma soprattutto e prima di ogni cosa l’Islam è una fede. Nelle parole della grande studiosa Eva Vitray-Meyerovitch alla domanda

“si potrebbe rispondere con una parola sola: la preghiera, purché la si intenda in quanto designa, al di là degli atti cultuali, l’impegno dell’uomo nella sua totalità. Ed è proprio questo il significato del termine islām, che deriva dal verbo aslama: “consegnarsi, abbandonarsi (a Dio).”

Vitray, Eva Meyetrovitch 2008. La preghiera islamica, p. 8.

Da questo abbandono, o movimento del cuore che si lascia andare al mistero, derivano una serie di pratiche che hanno lo scopo di mantenere la fede viva e di aumentare la consapevolezza della presenza di Dio. L’islam per esistere ha bisogno di essere umani che lo incarnano, che lo tramutano in esperienza per darne testimonianza. Da islamologa e musulmana ho il privilegio di unire nella mia persona diversi aspetti dell’Islam che è nel mio vissuto un percorso spirituale che cambia lo sguardo e affina le facoltà percettive dell’individuo, che riesce a penetrare la realtà intorno a sé in modo sempre più profondo. L’Islam è una strada verso la consapevolezza di sé e del mondo, è la cornice entro la quale io e tanti altri compagni di fede, hanno raggiunto la maturità. Attraverso i rituali islamici si sviluppa una maggiore sensibilità verso la sofferenza che ci circonda,  si impara a guardare l’altro con gli occhi della misericordia. La ricerca della giustizia e dell’armonia occupano tutto il tempo, si prega per se stessi e per gli altri, si desidera il bene per tutte le creature, si tende ad amare l’altro incondizionatamente, lottando ogni giorno per migliorarsi e superare gli ostacoli posti dalle numerose debolezze ed emozioni distruttive. Il mio vissuto da musulmana, come quello di tutti gli altri, si intreccia naturalmente con altre sfere dell’esistenza, ma soprattutto si incrocia con altre traiettorie biografiche. Le idee rivoluzionarie cominciano a farsi spazio nella mente di Lady Oscar solo quando incontra i poveri per le strade di Parigi, quando si rende conto della profonda ingiustizia e sofferenza in cui era immersa. Lentamente cambia la sua visione fino a spingerla  all’azione: abbandonando le fila delle guardie reali e unendosi all’esercito francese, che in seguito assalterà la Bastiglia in quel memorabile 14 luglio, Oscar si assume la piena responsabilità dell’esistenza, interagisce con la realtà, scegliendo consapevolmente ciò che è giusto. Analogamente quando io stessa ho incontrato la sofferenza di diverse donne ho iniziato a riflettere anche sulla mia, e quando ho ascoltato le testimonianze di persone buttate con la forza fuori di casa per aver amato una persona dello stesso sesso, ho compreso che oggi il femminismo non riguarda solo le donne, ma si estende a tutte le persone emarginate, disprezzate e declassate. Oggi si parla sempre più di femminismo intersezionale, perché si è ormai coscienti della realtà della dolorosa realtà dei fatti: le esperienze di discriminazione, disprezzo e marginalizzazione sociale sono il risultato di una serie di fattori che si intrecciano. Essere donna, lesbica, musulmana e nera ad esempio comporta una serie di complicazioni che si concretizzano in diversi tipi di fobie. E così si affaccia un’altra importante domanda: riesce l’Islam a rispondere alle richieste della comunità LGBTQIA+? In altri termini considerare peccato ogni comportamento sessuale al di fuori del matrimonio e al di fuori del paradigma che chiamiamo etero, mi impedisce di accogliere, ascoltare, accettare e amare? No, perché sono musulmana, e ogni giorno recito diverse volte parti di un Libro che all’inizio di ogni capitolo, chiamato sūra, pone un preciso imperativo, quello della misericordia assoluta.

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Ogni capitolo del Corano inizia infatti con la formula “nel nome di Dio, il Clemente e il Misericordioso” che funge da chiave di lettura e da condizione fondamentale per accostarsi alla comprensione del testo. I movimenti della preghiera canonica  compiuta cinque volte giorno prevedono una prostrazione che rimpicciolisce il corpo, e ci fa sentire minuscoli. In questa posizione chiamata suǧūd, ci si allena all’umiltà: come si piega il corpo e così si piega il cuore, che continua a non capire e a non trovare tutte le risposte di fronte alla Maestà divina. L’umiltà è messa all’opera quando si resiste al tentativo di giudicare chi è altro da me, il mio prossimo, colui a cui Dio ha dato una vita diversa dalla mia, con circostanze, persone, esperienze che io non conosco e poco posso capire. Credere nell’Assoluto, camminare nella via dell’Islam, significa essere saldi e radicati nel proprio cammino, sostenendo e aiutando gli altri laddove possibile. Significa vivere in un costante “non lo so, non capisco, ma vado avanti”.  È un’esperienza complessa, soggettiva, che si incarna in miriadi di modi differenti quanti sono i musulmani nel mondo, eppure sa essere anche universale e comprensibile in un batter d’occhio a chi sembra così diverso da noi. E’ un cammino che comporta obblighi e divieti, che possono sembrare irrazionali, limitanti se non sono illuminati dalla saggezza e soprattutto dalla fede. L’Islam può essere tuttavia anche molto pericoloso, dalla mia esperienza e osservazione lo è solo in un caso: quando la pratica esteriore non è mossa da un movimento del cuore, quando lo si svuota della sua dimensione spirituale, quando lo si guarda solo come un fenomeno sociale e culturale, quando tutto è  ridotto alla materialità e perde la sua vera e pura funzione, la connessione con Dio e la Pace Eterna. Le persone musulmane come tutti su questo pianeta affrontano le sfide del quotidiano e le domandi pressanti della contemporaneità. Ognuno cerca risposte in diversi luoghi, a volte le trova e a volte no. Dal mio punto di vista, se l’Islam, ma in particolare il Libro Sacro su cui si fonda smettesse di fornire risposte soddisfacenti alle richieste del tempo e dello spazio in cui sono immersa, non avrebbe senso continuare nello sforzo di restare salda in questa tradizione. Oltre allo studio, alle svariate interpretazioni dei testi e della tradizione sapienziale, esiste qualcosa che è alla portata di tutti: è il cuore, che sempre più si nutre di misericordia e umiltà.

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Nel suo libro sulla sessualità nell’Islam Abdelwahab Bouhdiba ci ricorda che in un’ottica islamica:

“Tutto è binario e in questo sta il segno del miracolo divino. La dicotomia esiste per volontà divina e la sessualità, che è il mettere in relazione l’uomo e la donna, non è un caso particolare di questa volontà divina assolutamente universale.” […] “la bipolarità del mondo si fonda sulla rigorosa separazione di due “ordini”,  il femminile e il maschile. L’unità del mondo non può che compiersi, dunque, nell’armonia dei sessi realizzata con cognizione di causa.”

Bouhdiba, Abdelwahab 2005. La sessualità nell’Islam, pp. 7, 33.

Da queste brevi citazioni, si comprende che la questione delle regole sulla sessualità, va ben oltre il controllo sociale dei corpi e non può essere facilmente liquidato in un’interpretazione patriarcale dei sessi. L’atto sessuale come ogni atto del musulmano e della musulmana fa parte dell’adorazione a Dio, in una visione per cui nulla ci appartiene veramente, ma ci è data in prestito. Dunque, l’essere umano non può disporre della creazione a suo piacimento, ma solo secondo limiti stabiliti dal Creatore. La vita dei credenti è scandita da una disciplina del corpo, della mente e dell’anima, che permette alle energie di non essere dissipate e al cuore di avvertire una sempre maggiore presenza di Dio. Queste regole sono state purtroppo fraintese e usate per scopi diversi da quello originale, nelle mani di persone stolte, hanno finito per creare oppressione e sofferenza. Per questa ragione, mai come oggi è necessaria una riforma spirituale delle religioni, affinché esse ritornino al servizio dell’essere umano per avvicinarlo all’umanità più completa. Il cammino spirituale è assolutamente personale, e ogni esperienza va rispettata in nome della Misericordia e dell’umiltà. Le porte di una moschea abitata da persone che incarnano l’incipit di ogni sūra del Corano, di cui il cuore suona come le parole arabe “bismillāh ar-raḥmān  ar-raḥīm” (nel nome di Dio il Clemente e il Misericordioso) saranno sempre aperte a tutti. Accoglieranno persone di ogni tipo perché tutti agli occhi di Dio hanno diritto alla fede, alla conoscenza e alla crescita spirituale.

L’islam è movimento del cuore: appunti e riflessioni a dieci anni dall’inizio del cammino

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La shahādah: primo dei cinque pilastri dell’Islam

Esattamente dieci anni fa, il 12 novembre 2010 muovevo il primo passo decisivo nel cammino spirituale dell’Islam. Avevo imparato a pregare da due giovanissime donne, che avevano sentito e visto oltre l’apparenza. Il mio corpo desiderava compiere quei movimenti: piegarlo e ripiegarlo in quel modo al cospetto dell’Altissimo mi sembrava naturale. Così, durante una prosternazione la professione di fede raggiunse le mie labbra e segnò l’inizio del mio Islam, che il giorno dopo convalidai con la la shahādah (testimonianza di fede). La testimonianza del credo nell’Unicità di Dio e nel suo Profeta Muhammad, ultimo dei Messaggeri, è una formula da recitare ad alta voce dinanzi a dei testimoni. Non è necessaria alcuna cerimonia ed è il primo pilastro dell’Islam. I cosiddetti pilastri dell’Islam sono cinque fondamentali pratiche che sostengono i credenti e le credenti nel cammino islamico, rafforzando di giorno in giorno la fede e guidandoli nella sempre maggiore ricerca di conoscenza. La testimonianza di fede è condizione basilare e necessaria, affinché il resto delle pratiche, preghiera, digiuno nel mese di Ramadan, pagamento della zakāt e pellegrinaggio al la Mecca, non siano vuote di significato e di vita spirituale. Il pagamento della zakāt e il pellegrinaggio, a differenza dei primi tre pilastri, dal punto di vista giuridico, non sono obblighi personali, ma è sufficiente che solo una parte della comunità, quelli che hanno le condizioni e i mezzi per attuarli, li compiano. Anche  il digiuno del mese di Ramadan non è compiuto dalle persone che hanno disturbi di salute o malattie, dalle donne in gravidanza, da quelle che allattano e durante il ciclo mestruale. Costoro hanno altri modi per riscattare il mancato adempimento dell’obbligo. Anche la preghiera rituale è oggetto di limitazioni: le donne durante il periodo mestruale e nei quaranta giorni dopo il parto sono infatti esenti dall’adempiere la ṣalāt (da non confondere con la preghiera spontanea o invocazione detta du‘ā’).

La shahādah resta dunque l’unico pilastro dell’Islam che accompagna la vita dei musulmani in ogni circostanza. Quest’ultima non è la semplice adesione del cuore all’Islam, ma è l’atto legale di pronunciare la formula “ašhadu an lā ilāha illā Allāh – wa ašhadu anna Muḥammadan rasūl Allāh.” Si può affermare che tutta la teologia islamica nasce dall’ampliamento e da una precisazione legale di questa formula. In sintesi: cosa comporta dal punto di vista pratico credere in lā ilāha illā Allāh wa Muḥammad rasūl Allāh?

Il peso dell’Islam tra presente e passato

La risposta a questa domanda si nasconde tra le pieghe dell’esistenza e dell’esperienza quotidiana, laddove montagne di libri non possono giungere. Alla conoscenza trasmessa oralmente dai maestri e acquisita attraverso la lettura di testi, bisogna integrare gli insegnamenti e le riflessioni scaturiti dalla vita vissuta tesa alla pienezza della fede. Se mi chiedessero che cos’è l’Islam per te oggi, dopo dieci anni di pratica, risponderei senza dubbio “un grande peso da portare, che costa una gran fatica”. Procedere lungo un cammino spirituale dona intensità e significato alla vita, ci regala attimi di gioia profonda, ma ci pone anche ogni giorno di fronte a tremende domande. Procedere lungo la via dell’Islam è un’esperienza talvolta anche dolorosa, a causa della narrazione dominante che non descrive mai l’aspetto culturale, artistico e spirituale di questa religione. Dopo dieci anni di Islam, sia come modo di vivere sia come oggetto dei miei studi, sento il peso di una conoscenza che rappresenta solo l’alfabeto di un linguaggio spirituale e di un sistema culturale, che non si approfondirà mai abbastanza. La stanchezza è legata anche all’impazienza, allo scoraggiamento: sembra che gli sforzi siano stati vani, eppure lì da qualche parte, ad uno sguardo più attento, si scorgono i segni di un cambiamento profondo.

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Ripensando a quel preciso momento sepolto nelle memorie fragili che profumano di gelsomini di Damasco, scopro che la shahada come impercettibile vibrazione del cuore, era lì da molto tempo prima. Una volta una donna, con cui frequentavo le lezioni di recitazione del Corano, mi chiese: “da quanto tempo sei musulmana?” e io le risposi “da un mese.”. Lei non contenta della risposta mi chiese ancora “quando hai scoperto l’Islam?” e io le risposi “quattro anni fa” e lei dedusse “beh allora sei musulmana da quattro anni”. Se da un punto di vista esteriore e legale, come ho spiegato, questa affermazione poteva risultare errata, in realtà, da un punto di vista profondo, quella donna aveva ragione. Se pensiamo alla prima parte della shahada, che attesta la fede monoteista, le origini di quella vibrazione potevano risalire addirittura alla mia infanzia. Il Corano, che a Damasco iniziai a recitare ad alta voce e che da anni accompagna più volte al giorno le mie attività, entrò dentro di me come un potente suono. Il suono di una sillaba pronunciata con cura e con il massimo sforzo, apre spazi di libertà dentro di me, scioglie nodi, purifica l’anima e imprime un orientamento al cuore. I movimenti della preghiera, durante la quale si recitano pezzi del Corano, fanno del suono esperienza e dal cuore quel movimento invade il corpo e la mente trasforma, giorno dopo giorno, le fibre del tuo essere profondo.

Il suono che muove il cuore

Spesso l’Islam è stato definito un’ ortoprassi, ossia un sistema religioso che ha al centro la retta azione, in cui l’obbligatorietà di comportamenti sono centrali e inglobanti. Secondo questa visione si potrebbe giungere alla conclusione che avere il giusto comportamento sia più importante dell’avere una giusta dottrina: la giurisprudenza è dunque sovrana rispetto al pensiero teologico, filosofico e prende il sopravvento sul vissuto spirituale. La questione andrebbe analizzata e sviscerata nella sua complessità, attraverso uno studio metodico. Qui mi limiterò ad offrire uno spunto di riflessione sulla necessità di equilibrio tra le varie sfere che compongono l’Islam, che essendo religione rispettosa della materialità dell’uomo, tiene conto della sua multidimensionalità. Eseguire una serie di gesti, aderire a precise regole sull’alimentazione, sul vestiario, la sessualità e rapporti con gli altri, solo esteriormente comporta tuttavia un pericolo. Si rischia, infatti, di creare una struttura rigida dentro e fuori di sè, che alla lunga potrebbe paralizzare e offuscare la vitalità dell’Islam.

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Quando muovevo i primi passi nello studio della lingua araba, che oggi cerco di trasmettere agli altri, nell’ eseguire esercizi di fonetica mi resi conto di un fatto: i suoni della lingua araba, che è poi la lingua del Corano e la lingua della liturgia islamica, rispetto ai suoni dell’italiano interessano zone interne dell’apparato fonatorio. Per imparare bene a pronunciare l’arabo, infatti, un parlante italiano deve attivare la parte posteriore della lingua e diversi punti della faringe e della glottide che, simbolicamente, spostano l’attenzione dall’esterno, all’interno. Similmente, l’Islam è una via che costringe l’essere umano a guardarsi dentro, nell’oscurità delle proprie viscere. È un movimento del cuore che sconvolge il nostro vissuto, che gradualmente creando diverse armonie fa suonare le corde della nostra anima in modo nuovo. Questo potente movimento si trasferisce poi all’esterno e diventa azione, retto comportamento. Diventa abitudine che ci ricorda chi siamo, e che dà nuova vita al movimento del cuore, che in fondo ci fa stare in piedi e centrati verso l’obiettivo. Il peso e la fatica si dissolvono in un attimo se si pensa che ogni respiro consapevole nella via dell’Islam è un soffio di libertà.

Per Israa e per tutte le donne palestinesi

Cara Israa,

Ho letto di te in inglese, in arabo e in italiano: dicono che una foto su Instagram ha scatenato l’ira di tuo padre e tuo fratello. Dicono che una tua parente donna è stata loro complice. Dicono che la loro rabbia li ha accecati a tal punto, che ti hanno brutalmente picchiata anche in ospedale. Dicono che medici e infermieri sono rimasti lì a guardare, forse per paura, forse perché in fondo pensavano che fosse una punizione meritata. Non si sa ancora con certezza che cosa sia successo, non è importante, forse. Difficile parlare di te qui in Italia: la tua storia rischia di alimentare i pregiudizi sul mondo arabo-islamico, di aumentare la diffidenza di chi rifiuta la complessità del mondo.

Ho visitato la tua terra nel 2015, ci sono rimasta circa due mesi. Da allora il mio sguardo sul mondo è cambiato, il mio cuore è stato solcato da una nuova ferita e si è aperto ad un senso di gratitudine immenso per le gioie che mi sono concesse. Di quel viaggio non parlo quasi mai, contatto poco le persone che allora, con grande generosità, mi hanno accolto nelle loro vite. Loro, le donne, sono sempre nei miei pensieri: erano bambine, giovani, anziane, erano sorridenti, tenaci, stanche, generose, sagge.

“Quando torni in Italia, cara Maryam, spiega per favore che non è solo la difficile situazione politica ed economica ad opprimerci, ma la stessa nostra società, con la sua mentalità patriarcale” mi disse una donna durante una visita per un nuovo nascituro di una delle mie due famiglie adottive. Da allora, non avevo tirato fuori questo episodio, se non in qualche conversazione privata con amici, oggi sento il dovere di scriverlo, per mantenere la parola data. Una parte di me non voleva accettare che la Palestina, la mia amata Palestina fosse anche questo. “La nostra vita è orribile, Maryam, io oggi ho avuto la possibilità di uscire solo per l’occasione della nascita del bambino, altrimenti con la scusa che le strade sono pericolose, i nostri mariti non ci consentono di uscire liberamente. Scrivilo, per favore quando torni in Europa,”  continuò questa donna di cui a malapena ricordo il volto. Come un ferro rovente le sue parole attraversavano le mie carni, una parte di me rifiutava la dura realtà che anche io avevo osservato in alcune famiglie. Alla nostra conversazione parteciparono anche altre donne, che mi fornirono esempi per provare che il loro disagio e il loro dolore era reale. Mi spiegarono anche che non tutte le donne erano costrette dalla volontà arbitraria dei familiari maschi, anch’essi vittime di una società che assegna ruoli prestabiliti in base al genere. “Tu hai la libertà, Maryam, non sprecarla, tu puoi scegliere di essere felice, quindi fallo.” Da allora la mia vita non è stata più la stessa, da allora ho sempre scelto libera dai condizionamenti che la mia società, la mia famiglia, la mia comunità religiosa mi impongono. Da allora la mia libertà e la mia felicità hanno un valore pregnante per la mia vita quotidiana. Non c’è scelta o azione che compio senza pensare prima a questi principi, delimitati dal buon senso e dal profondo significato dell’Islam, che da allora è diventato per me un soffio di libertà. Tutto, il matrimonio, lo studio, il lavoro, la religione, per quanto è possibile non devono essere una prigione per noi, ma un modo per esprimerci e vivere la nostra vita con gioia. Grazie a questo importante insegnamento, tornata in Europa, ho compiuto delle scelte che da tanti, anche membri della famiglia, non sono state comprese. Ho tagliato i ponti con gli uomini che in quel momento tentavano di esercitare potere su di me, che non mi rispettavano adeguatamente, che non lasciavano al mio soffio di libertà di scorrere. Coraggiosa? No, perché a parte qualche lacrima, senso di solitudine, giudizio degli altri, non c’è stata alcuna conseguenza. Come te, anche qui purtroppo ci sono donne costrette a raccontare bugie, a nascondersi, a restare immobili e nascoste, che ogni giorno muoiono per aver osato dire “no”. Ecco quelle sono delle sante, degli eroi, io e la maggior parte delle mie concittadine europee no.


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Bet Sahur 2015, foto di Maryam Rosanna Sirignano

Una volta sono stata nella tua piccola Bet Sahur, ho respirato aria pura dalle colline che costeggiato il tuo piccolo paese. Chissà quante volte avrai trascorso del tempo lì a guardare l’orizzonte, a sognare di andar via con il tuo principe azzurro o forse da sola a studiare in Europa, per diventare una famosa make-up artist. Chissà quante lacrime avrai versato tra le tue ginocchia, le uniche pronte ad accogliere la tua testa quando sentivi che era veramente troppo. Hai mai visitato Gerusalemme?  Io sì, è un luogo meraviglioso, difficile da descrivere, un pezzo di paradiso in terra, che splende nonostante tutto. Sai perché ho visitato la tua terra? Perché sono una studiosa, mi occupo della Palestina raccontata dall’ antropologa scandinava Hilma Granqvist, che negli anni ’30 descrisse la vita delle donne di un villaggio vicino al tuo. Quindi, sono anni che  studio lo sviluppo di tradizioni, superstizioni, usi e costumi costruiti nel passato per ordinare e controllare una piccola società rurale, in lotta per la sopravvivenza. Insomma, so molto bene da dove vengono le giustificazioni che forse la tua famiglia avrà trovato per commettere un atto tanto crudele e tanto ingiusto.

Prego per loro Israa, perché a te il Paradiso è già garantito. Prego affinché la malattia che li affligge possa abbandonarli, per restituir loro l’umanità e il senso profondo dell’Islam, che è soprattutto raḥma, misericordia, compassione. Prego affinché il tuo martirio possa far germogliare un seme di consapevolezza nei cuori di donne e uomini palestinesi. Prego affinché il tuo urlo straziante possa far svegliare la coscienza di uomini e donne ovunque essi siano. Prego affinché non siano più necessari sacrifici come il tuo.

Con amore e gratitudine,

tua sorella Maryam

Buongiorno Siria!

agony Khaldoun Azzam
E così un bel giorno la bacheca di Facebook si riempie di hashtag per la Siria e di foto di persone che si tappano la bocca, per protesta contro gli attacchi chimici di un tale Hassad o Hassan, ah no…Assad, in una terra lontana chiamata Siria, ma che potrebbe essere la Libia, l’Iraq, che importa? È uguale. Uno di quei paesi là, in Medio Oriente, o in Africa, dove la gente soffre, ma non tanto, perché è abituata. Ma siamo sicuri che ci dispiace per la gente? Sì, soprattutto se sono bambini innocenti, che nulla hanno a che fare con questo disastro, che ci inteneriscono, come le foto di cuccioli di cagnolini e gattini, uguale. Peccato per loro che sono nati nella parte del mondo sbagliata! Noi invece sì che siamo fortunati, privilegiati, possiamo dormire sonni tranquilli, siamo in pace e ce lo siamo meritato, perché non siamo barbari come quelli lì… ma chi sono quelli? Ah sì i siriani, la Siria….. e dove si trova esattamente? Fouad Roueiha, giornalista italo-siriano, dalla sua pagina Huna Souria il 12 aprile scrive in un “post lungo, e farcito di turpiloquio, uno sfogo”*: “Ma voi, voi che state sempre zitti e ve ne fottete, con che faccia ora state lì a commentare con aria grave il “rischio” di una guerra?… I siriani muoiono col gas, poverini…. ma […] le armi chimiche hanno ucciso meno dell’1 per 1000 delle vittime civili, perché morire sotto un barile bomba o un missile russo dovrebbe essere meno grave, generare meno empatia? Perché un assedio mortale durato anni ed i bambini che muoiono di fame davanti agli occhi del mondo non meritano indignazione, mentre un attacco chimico o 4 […] cruiser americani mettono in allarme tutti? Perché decine di migliaia di donne e uomini morti di tortura, lentamente, umiliat* e stuprat* non ci interessano mentre quelli morti in pochi minuti per il sarin si`? Perché centinaia di attacchi col gas cloro non valgono un solo attacco col sarin? Perché una bomba di Erdogan sui curdi fa più rumore di 6 anni di bombardamenti di Assad su civili arabi?” La triste verità è che la maggior parte delle persone che ha dedicato un post o un commento sulla Siria in questi giorni non saprebbe come rispondere ad alcuna di queste domande. Peggio ancora, non sa neanche lontanamente di cosa parla Fouad e si atteggia ad esperta di Medio Oriente, temendo “un altro Iraq o un’altra Libia”, mostrando una spaventosa superficialità ignorando che il mondo è molto più complesso. Fouad è solo una delle persone che in questi anni ha cercato di far conoscere la situazione del suo paese in modo onesto e ha lavorato per costruire una solidarietà con il popolo siriano. È dunque apprezzabile che si moltiplichino post e foto dedicati alla Siria, purché siano delle azioni vere, sincere. Allora chiediamoci: perché lo sto scrivendo? Perché tanto fanno tutti così? L’ho deciso io o la tv? M’importa davvero dei siriani? Ho gli strumenti necessari per effettuare analisi e schierarmi da una parte o dall’altra? Insomma, la solidarietà e l’appoggio per una causa si costruiscono giorno per giorno e si comincia con la conoscenza. Altrimenti è tutto maledettamente finto!
Immagine: “Agony” opera di Kaldun, fonte: Art2defy

Siria: che possiamo fare noi?

tamman ayyam                                                            Opera di Tammam Azzam

Ricordate Rosa Parks? La donna afro-americana che rifiutò di cedere il posto dell’autobus ad un bianco. Quel piccolo gesto, insieme ad altri piccoli gesti, portò alla fine della segregazione razziale negli Stati Uniti. Tutto comincia sempre con un piccolo passo!

Ma perché a noi italiani dovrebbe importare della Siria? È vero non siamo in Siria, non siamo sotto assedio, ma viviamo nel presente. Con i siriani condividiamo la contemporaneità, viviamo nello stesso tempo. Per loro e per noi oggi è lo stesso giorno sul calendario. Con la Siria e con il resto dell’umanità condividiamo il passato e il futuro. Un giorno quello che sta accadendo oggi sotto i nostri occhi sarà storia, come è accaduto per altri terribili genocidi del passato, si organizzeranno conferenze, ci saranno film, musei dedicati e noi staremo a guardare addolorati, commossi, con sollievo sussurreremo “per fortuna è passato, non accadrà mai più”. Perché invece non vivere qui ed ora? Così che un giorno potremmo dire: c’ero, non sono stato in silenzio, ve lo racconto, perché non accada più! Oggi la Siria ci invita ad essere protagonisti della storia!

Non sottovalutate l’importanza  e il significato di piccoli gesti di solidarietà per i civili come quelli della Ghouta sotto assedio da cinque anni, sotto bombardamenti, anche chimici senza sosta. Apprezzeranno molto. È un modo semplice per dire che a noi importa e che non ci siamo dimenticati di loro. Ma non pensate a loro, quando deciderete di compiere il vostro passo verso la Siria, fatelo principalmente per voi stessi! Fatelo per superare l’orribile sensazione di paralisi e impotenza davanti alla crudeltà di questo massacro! Fatelo per non essere inghiottiti dal cinismo e la noncuranza! Fatelo per non diventare assuefatti al dolore e alla violenza! Fatelo per essere quella parte di società che pratica una cultura di pace! Fatelo per tenere viva la vostra umanità!

Grazie a “Le voci della libertà” per aver ispirato questo articolo, tratto anche da numerosi appelli di cittadini siriani. Il blog contiene diverse traduzioni di articoli sulla situazione siriana. Link qui: https://levocidellaliberta.com/

Vivere altrove…con la Siria e la Palestina nel cuore

 

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Di Francesco Petronella* e Rosanna Sirignano

Avere a cuore le sorti della Palestina e la Siria, augurarsi libertà e giustizia per entrambi i popoli, informarsi, conoscere, approfondire, aprire gli occhi e resistere alla tentazione di chiuderli è doloroso.

Oltre ogni schieramento ideologico, oltre ogni appartenenza culturale, oltre ogni orientamento politico o religioso, libertà e giustizia sono valori che non accettano compromessi. La sensibilità verso ogni singola realtà in cui queste due pietre preziose dell’esistenza umana vengono messe in pericolo è una spinta spontanea cui non riusciamo a sottrarci.

Tutto questo significa vivere in una condizione di lutto costante, dove il piacere e la gioia hanno poco spazio e non sono mai totali. Questo è il male che affligge tutti i “poveri consapevoli”, o quelli che semplicemente si sforzano di guardare oltre, si preoccupano di qualcosa che va al di là del loro orticello, che non si crogiolano nelle loro beate certezze. Purtroppo tutto ciò ha un prezzo alto, e non si chiede a nessuno di mostrare la stessa solidarietà, né di comprendere, ma almeno di tacere, di lasciarci in pace.

Infatti è doloroso per noi constatare che, anche tra quelli che per attivismo e interesse sono sensibili ai temi legati ad altre zone del mondo, esiste una sorta di “sensibilità a corrente alternata”, una sorta di doppio standard nel valutare e/o supportare una causa o l’altra.

La mobilitazione che in questi giorni ha seguito l’annuncio del riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello stato d’Israele da parte di  Trump è stata commovente. Le manifestazioni in Cisgiordania e a Gaza come pure in Italia, Marocco, Tunisia e altrove hanno dimostrato ancora una volta che aveva ragione Nelson Mandela quando diceva che “la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Anche noi siamo visceralmente convinti che una pace equa e duratura tra Israele e Palestina non sia solo un obiettivo necessario per i due popoli, ma anche la prova generale per un modello di convivenza e di giustizia che riguarderà il mondo intero.

Però, alcuni di noi oggi sono in una situazione diversa. Donne e uomini che la Palestina ce l’hanno nel cuore, che l’occupazione l’hanno vista, che i controlli ai check-point israeliani li hanno fatti, che la Cupola della Roccia l’hanno contemplata nella sua struggente bellezza, che gli sfibranti controlli in aeroporto li hanno subiti. Proprio noi, sì, ci sentiamo un po’ più soli tra quelli che sognano una Palestina libera. Ci sentiamo osservati come se avessimo un bubbone sulla fronte, un segno che ci differenzia dagli altri, una macchia che ci distingue. Quella macchia, che invece noi rivendichiamo con orgoglio si chiama Siria.

Essere al fianco della resistenza palestinese e sostenere la rivoluzione siriana significa essere per lo più soli, soli di fronte a comunisti anti-imperialisti nostalgici dell’Unione Sovietica. Gente che pensa che chiunque si opponga agli Stati Uniti, che pure hanno fatto davvero molto per meritarsi la fama di destabilizzatori ed esportatori fallimentari di democrazia, sia necessariamente foriero di bene, anche se si tratta di un regime sanguinario macchiatosi dei più atroci crimini. Tutti noi, che crediamo in una Siria libera dalla dittatura, dal terrorismo e sosteniamo i siriani che combattono per impadronirsi del proprio destino di autodeterminazione, siamo anche a fianco del popolo palestinese. Proprio per questo, però, non riusciamo a capire perché il contrario non sia così scontato.

Molti di noi, guardando le manifestazioni spontanee organizzate nei giorni dopo l’affaire Gerusalemmeone_revolution_by_abosherkoshamalhawa-d7rgu0e, hanno sicuramente ripensato a quella splendida manifestazione per la Siria libera del 7 ottobre scorso. In quell’ occasione, a Roma, abbiamo gridato con forza che la giustizia e la libertà non sono valori da negoziare e lo abbiamo fatto sventolando bandiere siriane e, ovviamente, palestinesi. Quel giorno, forse, ci sarebbe piaciuto vedere anche tanti di quei volti che in questi giorni hanno riempito le strade per la Palestina.

Siria e Palestina. Due paesi, una volta identificati con l’unica denominazione “Bilad al-Sham”. Due contesti diversi, certo. Ma ancora una volta sottolineiamo che è di giustizia e libertà che si parla, valori universali e non negoziabili. Se a negarli è un regime di occupazione o un regime che assassina brutalmente il suo stesso popolo, per noi non fa alcuna differenza. Inoltre non dimentichiamo i migliaia di rifugiati palestinesi in Siria sono stati brutalmente torturati e uccisi.

Vivere con la Siria e la Palestina nel cuore significa vivere sempre altrove, significa essere immobilizzati continuamente da un senso di impotenza, consapevoli che il nostro esiguo sforzo è una goccia minuscola in un oceano immenso, che non cambierà le cose e che nel mondo ci sono altre realtà simili che di sicuro ignoriamo e, dati i nostri limiti, non possiamo comprendere. Significa vivere con profondo disagio i propri privilegi, i propri agi, significa dover stare in silenzio, soffocare le lacrime, sorridere nonostante le persone sorde e cieche che ci chiedono, talvolta, “chi ve lo fa fare?”

 

Foto da : https://abosherkoshamalhawa.deviantart.com

*Francesco, laureato in Lingue e civiltà Orientali, è apprendista giornalista per il24.it, ha scritto anche per ilsussidiario.net e qcodemagazine.it.

 

Un minuto di silenzio per la Siria

ndafe

rosa nera

Ho letto e sentito tanti commenti sulla Siria in questi giorni. Analisi geopolitiche, articoli di approfondimento, opinioni sensate. Ho seguito quel tifo insensato. Ho cercato di capire, di dare un senso a fatti dai contorni troppo sfumati. Mi ha fatto impressione vedere come oggi possiamo scegliere la nostra verità in base a presunte convinzioni politiche, spacciandola per assoluta.

Poi, questa mattina, ho ottenuto un’intervista con un siriano di cui preferisco non riportare il nome. Vive a Damasco ed è originario di Aleppo. Si è raccomandato di chiamarlo su whatsapp, non al cellulare. Una chiamata ricevuta da un numero israeliano gli causerebbe problemi. Abbiamo discusso di Siria e quei famosi nomi – Trump, Assad, Ribelli, Putin, Hezbollah e chi più ne ha più ne metta – non sono mai stati pronunciati. E io sono stata costretta a cambiare la mia scaletta.

L’uomo ha scelto di descrivermi quello che aveva intorno. C’è una società che era giovane ma che non lo è più, oggi fatta di anziani, come i suoi vicini. Non vogliono andar via, che hanno da perdere. I ragazzi invece sono partiti ma non si sa dove siano. I bambini rimangono e necessitano tutti di un sostegno psicologico prima ancora di imparare a parlare. Se cade un piatto, hanno paura si tratti di un colpo di mortaio e scappano. Non piangono.

La sensazione è quella di essere in prigione. Di non potersi muovere. A Damasco, quella che era la capitale di uno stato oggi inesistente, la situazione non è drammatica come ad Aleppo. La vita va avanti. Attentati, sì, ma non bombardamenti a tappeto, soldati, eserciti, bus verdi, schieramenti, jihadisti, sfollati. Puoi andare al supermercato a far la spesa.

Però, se vivi a Damasco, il senso di colpa non ti abbandona mai. Quella sensazione di essere strangolato. Quell’imbarazzo di dover sempre far appello agli aiuti umanitari per poter campare. Quel voler ritrovare la tua dignità. Non lavori, chiedi il pane, sopravvivi. Quella paura che si insinua appena esci sul pianerottolo. Sapere di essere comunque più fortunato dei rifugiati che la città accoglie, tutte quelle persone dal dialetto bizzarro che arrivano dal Nord e dall’Est. Arrivano in cerca di ospedali, mi dice. Tutti i malati vengono a Damasco per curarsi, ma spesso non possono permetterselo. E allora bisogna, di nuovo, chiedere aiuto a qualcuno. E ti senti uno zerbino.

Conclude così: « qui siamo esausti. Stufi di subire la guerra degli altri ».

Stiamo zitti. Oggi non voglio leggere altri commenti sulla Siria.

Arianna Poletti

La mia Siria e il “sogno americano”

Huda Alawa all’indomani della decisione del Presidente Americano Trump di impedire l’ingresso al paese a persone provenienti da 7 paesi a maggioranza islamica scrive (trad. dall inglese di Rosanna Sirignano):

“Mio padre emigrò negli Stati Uniti quando aveva trent’anni, spinto dal desiderio di creare opportunità per se stesso e per noi, suoi figli. Aveva sete del “sogno americano”.
Era fra i primi dieci migliori laureati della Siria e così riuscì a conseguire un dottorato di ricerca in Ingegneria Sismica in Giappone. Ha lavorato senza sosta per assicurarsi di dare il meglio di se stesso, e, infatti, anni dopo, ha fondato la sua azienda.

Se mio padre avesse voluto realizzare il suo progetto negli Stati Uniti oggi, non avrebbe potuto, perché l’ingresso gli sarebbe stato negato a causa delle sue origini siriane.

Sento delle scuse. Persone cercano di convincermi che si preoccupano, che esprimono il proprio voto solo a causa di “credenze religiose simili, ma non preoccuparti, Huda, io sostengo te e il tuo diritto ad esistere.”

Smettetela con queste stronzate. La decisione consapevole di difendere tutto ciò, di accettare un simile comportamento anti-costituzionale e incomprensibile, ignorante.

Scusatemi se includo l’etnia in questo discorso, dopo anni che gli americani bianchi si aspettano da me che rappresenti tutti i siriani e i musulmani. Il paese dove quasi il 50% delle persone non ha mai incontrato un musulmano, ora è così sicuro che siamo tutti pericolosi. Il paese dove dopo ogni conversazione si conclude con “Oh! Ma dopo tutto non siamo così diversi!” Sorpresa.

Sono siriana, americana, musulmana, danese e quant’altro e tutti questi aspetti non entrano in conflitto. Siamo nel 2017 ma le pareti sono più spesse e la paura scorre più profondamente da tutti i lati. Le etichette sono costruite per creare divisioni.

Pensate fuori dagli schemi. Entrate in contatto con l’umanità.”

huda-halawa

Nostalgia…

 

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Aleppo è una città che non si può descrivere a parole. La ami perché ti rapisce il cuore, perché nei suoi archi, nei suoi sampietrini, nella sua architettura, nelle sue case antiche, nei suoi luoghi di culto, nelle sue porte, nella sua rocca, nei suoi campanili e minareti, nella sua cultura c’è scritto qualcosa che, al primo sguardo, si scolpisce per sempre nel cuore. Quando ti allontani hai già contratto un male incurabile: la nostalgia.

 

Asmae Dachan