Per l’Afghanistan, per l’umanità

Particolare della Moschea Haji Piyada di Balkh (Afghanistan)

Qualche giorno fa una persona affettuosamente mi ha dato della #talebana perchè indossavo un hijab più lungo del solito. Garantisco che non c’era alcuna intenzione di offendere, era solo uno scherzo che però non mi ha fatto ridere affatto. Ho compreso con amrezza che quello era il risultato naturale di anni di oggettivazione del corpo femminile per raccontare l’Afghanistan. Ho avuto modo di spiegare a questa persona, che con umiltà e apertura ha compreso quello che sento in queste ore. Io posso infatti solo sentire, non analizzare, non spiegare, non informare, perchè di #Afghanistan non mi sono mai occupata professionalmente. Per questo ci sono persone competenti come Emanuele Giordana e Giuliano Battiston. Quello che sento è il peso dell’ #Islam e il peso di essere #donna con una chiara visione del #patriarcato che schiaccia e opprime, e il peso di essere #europea e #libera e il peso di portare il #velo a tutti i costi…insomma il peso dell’#esistenza umana.

Con questo peso prego affinchè sia donata pazienza e forza a uomini, donne, bambini, anziani e giovani che da decenni vivono nel terrore, nella sofferenza, e nella distruzione che sembra non avrà fine in questa dimensione terrena.

Con questo peso prego affinchè le persone in diaspora possano trovare ogni tanto sollievo dalla pena di essere lontani dai loro cari, impotenti e sconfitti, spesso in condizioni altrettanto difficili. Con questo peso prego affinchè il lavoro delle persone che portano alla luce la Bellezza e la Ricchezza dell’Islam, come via spirituale che conduce alla Serenità del cuore dentro e fuori di noi possa continuare senza sosta.

Nel corso dei secoli tanti testi sono stati prodotti a partire dal Sacro Corano e dalle raccolte di tradizioni riguardo al Profeta Muhammad, tante interpretazioni e speculazioni. A noi la responsabilità di selezionare quelle che producono Misericordia incessante e Pace perpetua in noi e in relazioni ad altri. A noi la responsabilità di rifiutare quelli che sono facilmente manipolabili per giustificare oppressione, violenza e ingiustizia. In Afganistan laddove oggi si consuma una nuova fase di una guerra sottile e ingiusta causata da sete di potere, desiderio smodato di profitto, a Balkh, nel 1207 nasceva il sommo poeta Rumi, che nella sua più grande opera scriveva

“Perchè le devozioni producano frutti, è necessario il sapore spirituale; è necessario il nocciolo, affinchè la drupa dia vita ad un albero. Una drupa senza nocciolo può diventare un arbusto? La forma priva di un’anima è soltanto un fantasma.”

Da credente e studiosa dell’Islam posso solo pregare e continuare a studiare e trasmettere conoscenza. Che ognuno possa trovare un modo di partecipare a questa immensa tragedia con i propri mezzi e le proprie competenze, nel rispetto dell’umano che lentamente muore.

Perchè studio l’arabo? Le risposte di Claudia Raudha Tröbinger

Sfogliare le pagine del libro di Claudia Raudha Tröbinger è come sfogliare di nascosto il diario segreto di tua sorella o della tua migliore amica e sorridere un po’ più del solito quando qualcosa risuona. Il libro Perché studio l’arabo? è intriso di rispetto già dalla sua forma: il formato a calendario a muro, come spiega l’autrice, permette una lettura parallela delle due lingue senza tradimenti, perché Claudia Raudha con l’arabo ha un rapporto di parità. Ogni pagina in arabo e in italiano racconta di uno studio attento, paziente e soprattutto accompagnato da guide qualificate. Il libro comincia con pagine di dediche a tutti coloro che hanno affiancato l’autrice nel percorso di apprendimento di questa straordinaria lingua. Dalla maestra delle elementari alle amiche e familiari, Claudia Raudha riconosce in ogni essere vivente che ha incrociato sul suo cammino una maestro per la sua crescita. Anche le esperienze, le citazioni sono incorniciate da un profondo sentimento di gratitudine. Attraverso queste pagine Claudia Raudha racconta di un percorso di studio tortuoso, di gioie e di sconfitte, di soddisfazioni e delusioni. Tenacia e pazienza l’attraversano e rendono viva la fiamma della passione per una cultura e una lingua che come succede quando ci innamoriamo sono le più belle del mondo. “Come l’arabo nessuno mai,” sembra leggere in ogni pagina. Claudia Raudha racconta di una storia di fedeltà: non ha infatti tradito l’arabo imparando a leggere da maldestre trascrizioni in caratteri latini, non lo ha tradito pensando di poterlo studiare senza il consiglio saggio di un maestro, non lo ha tradito usandolo come medaglia o per vantarsi. Le risposte alla domanda “perché studio l’arabo?” giungono a pagina 107, perché l’autrice immersa nello spirito della lingua araba invita il lettore ad uno sforzo di pazienza, di dolce attesa, di lentezza con distacco dal risultato.

Il libro di Claudia Raudha Tröbinger

“La imparo per dimenticarla e rimpararla, dimenticarla ancora, impararla di nuovo e così via finché il dimenticarla non mi sarà più possibile.”  Questa è una delle risposte, una di quelle pagine in cui ho detto “ecco questa avrei potuta scriverla io”. Il cammino dello studio della lingua araba è iniziato per me 13 anni fa, non è finito, perché oggi la responsabilità dell’insegnamento mi impone preparazione e diligenza. Non è finito perché non potrei vivere senza, non è finito perché è il miglior allenamento all’umiltà e alla pazienza che ho trovato in questa vita. Lo studio dell’arabo è un viaggio dell’anima alla scoperta di noi stessi dentro e fuori i confini che immaginiamo. Con l’autrice Claudia Raudha le risonanze sono molte, prima di tutto la Siria e altri luoghi del cuore. Anche lei conosce diverse lingue, in particolare il tedesco con cui è cresciuta essendo sudtirolese, eppure trova nell’arabo qualcosa di speciale che spiega bene nella spontaneità di questo libro-diario che custodisco come una gemma preziosa.

L’islam è movimento del cuore: appunti e riflessioni a dieci anni dall’inizio del cammino

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La shahādah: primo dei cinque pilastri dell’Islam

Esattamente dieci anni fa, il 12 novembre 2010 muovevo il primo passo decisivo nel cammino spirituale dell’Islam. Avevo imparato a pregare da due giovanissime donne, che avevano sentito e visto oltre l’apparenza. Il mio corpo desiderava compiere quei movimenti: piegarlo e ripiegarlo in quel modo al cospetto dell’Altissimo mi sembrava naturale. Così, durante una prosternazione la professione di fede raggiunse le mie labbra e segnò l’inizio del mio Islam, che il giorno dopo convalidai con la la shahādah (testimonianza di fede). La testimonianza del credo nell’Unicità di Dio e nel suo Profeta Muhammad, ultimo dei Messaggeri, è una formula da recitare ad alta voce dinanzi a dei testimoni. Non è necessaria alcuna cerimonia ed è il primo pilastro dell’Islam. I cosiddetti pilastri dell’Islam sono cinque fondamentali pratiche che sostengono i credenti e le credenti nel cammino islamico, rafforzando di giorno in giorno la fede e guidandoli nella sempre maggiore ricerca di conoscenza. La testimonianza di fede è condizione basilare e necessaria, affinché il resto delle pratiche, preghiera, digiuno nel mese di Ramadan, pagamento della zakāt e pellegrinaggio al la Mecca, non siano vuote di significato e di vita spirituale. Il pagamento della zakāt e il pellegrinaggio, a differenza dei primi tre pilastri, dal punto di vista giuridico, non sono obblighi personali, ma è sufficiente che solo una parte della comunità, quelli che hanno le condizioni e i mezzi per attuarli, li compiano. Anche  il digiuno del mese di Ramadan non è compiuto dalle persone che hanno disturbi di salute o malattie, dalle donne in gravidanza, da quelle che allattano e durante il ciclo mestruale. Costoro hanno altri modi per riscattare il mancato adempimento dell’obbligo. Anche la preghiera rituale è oggetto di limitazioni: le donne durante il periodo mestruale e nei quaranta giorni dopo il parto sono infatti esenti dall’adempiere la ṣalāt (da non confondere con la preghiera spontanea o invocazione detta du‘ā’).

La shahādah resta dunque l’unico pilastro dell’Islam che accompagna la vita dei musulmani in ogni circostanza. Quest’ultima non è la semplice adesione del cuore all’Islam, ma è l’atto legale di pronunciare la formula “ašhadu an lā ilāha illā Allāh – wa ašhadu anna Muḥammadan rasūl Allāh.” Si può affermare che tutta la teologia islamica nasce dall’ampliamento e da una precisazione legale di questa formula. In sintesi: cosa comporta dal punto di vista pratico credere in lā ilāha illā Allāh wa Muḥammad rasūl Allāh?

Il peso dell’Islam tra presente e passato

La risposta a questa domanda si nasconde tra le pieghe dell’esistenza e dell’esperienza quotidiana, laddove montagne di libri non possono giungere. Alla conoscenza trasmessa oralmente dai maestri e acquisita attraverso la lettura di testi, bisogna integrare gli insegnamenti e le riflessioni scaturiti dalla vita vissuta tesa alla pienezza della fede. Se mi chiedessero che cos’è l’Islam per te oggi, dopo dieci anni di pratica, risponderei senza dubbio “un grande peso da portare, che costa una gran fatica”. Procedere lungo un cammino spirituale dona intensità e significato alla vita, ci regala attimi di gioia profonda, ma ci pone anche ogni giorno di fronte a tremende domande. Procedere lungo la via dell’Islam è un’esperienza talvolta anche dolorosa, a causa della narrazione dominante che non descrive mai l’aspetto culturale, artistico e spirituale di questa religione. Dopo dieci anni di Islam, sia come modo di vivere sia come oggetto dei miei studi, sento il peso di una conoscenza che rappresenta solo l’alfabeto di un linguaggio spirituale e di un sistema culturale, che non si approfondirà mai abbastanza. La stanchezza è legata anche all’impazienza, allo scoraggiamento: sembra che gli sforzi siano stati vani, eppure lì da qualche parte, ad uno sguardo più attento, si scorgono i segni di un cambiamento profondo.

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Ripensando a quel preciso momento sepolto nelle memorie fragili che profumano di gelsomini di Damasco, scopro che la shahada come impercettibile vibrazione del cuore, era lì da molto tempo prima. Una volta una donna, con cui frequentavo le lezioni di recitazione del Corano, mi chiese: “da quanto tempo sei musulmana?” e io le risposi “da un mese.”. Lei non contenta della risposta mi chiese ancora “quando hai scoperto l’Islam?” e io le risposi “quattro anni fa” e lei dedusse “beh allora sei musulmana da quattro anni”. Se da un punto di vista esteriore e legale, come ho spiegato, questa affermazione poteva risultare errata, in realtà, da un punto di vista profondo, quella donna aveva ragione. Se pensiamo alla prima parte della shahada, che attesta la fede monoteista, le origini di quella vibrazione potevano risalire addirittura alla mia infanzia. Il Corano, che a Damasco iniziai a recitare ad alta voce e che da anni accompagna più volte al giorno le mie attività, entrò dentro di me come un potente suono. Il suono di una sillaba pronunciata con cura e con il massimo sforzo, apre spazi di libertà dentro di me, scioglie nodi, purifica l’anima e imprime un orientamento al cuore. I movimenti della preghiera, durante la quale si recitano pezzi del Corano, fanno del suono esperienza e dal cuore quel movimento invade il corpo e la mente trasforma, giorno dopo giorno, le fibre del tuo essere profondo.

Il suono che muove il cuore

Spesso l’Islam è stato definito un’ ortoprassi, ossia un sistema religioso che ha al centro la retta azione, in cui l’obbligatorietà di comportamenti sono centrali e inglobanti. Secondo questa visione si potrebbe giungere alla conclusione che avere il giusto comportamento sia più importante dell’avere una giusta dottrina: la giurisprudenza è dunque sovrana rispetto al pensiero teologico, filosofico e prende il sopravvento sul vissuto spirituale. La questione andrebbe analizzata e sviscerata nella sua complessità, attraverso uno studio metodico. Qui mi limiterò ad offrire uno spunto di riflessione sulla necessità di equilibrio tra le varie sfere che compongono l’Islam, che essendo religione rispettosa della materialità dell’uomo, tiene conto della sua multidimensionalità. Eseguire una serie di gesti, aderire a precise regole sull’alimentazione, sul vestiario, la sessualità e rapporti con gli altri, solo esteriormente comporta tuttavia un pericolo. Si rischia, infatti, di creare una struttura rigida dentro e fuori di sè, che alla lunga potrebbe paralizzare e offuscare la vitalità dell’Islam.

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Quando muovevo i primi passi nello studio della lingua araba, che oggi cerco di trasmettere agli altri, nell’ eseguire esercizi di fonetica mi resi conto di un fatto: i suoni della lingua araba, che è poi la lingua del Corano e la lingua della liturgia islamica, rispetto ai suoni dell’italiano interessano zone interne dell’apparato fonatorio. Per imparare bene a pronunciare l’arabo, infatti, un parlante italiano deve attivare la parte posteriore della lingua e diversi punti della faringe e della glottide che, simbolicamente, spostano l’attenzione dall’esterno, all’interno. Similmente, l’Islam è una via che costringe l’essere umano a guardarsi dentro, nell’oscurità delle proprie viscere. È un movimento del cuore che sconvolge il nostro vissuto, che gradualmente creando diverse armonie fa suonare le corde della nostra anima in modo nuovo. Questo potente movimento si trasferisce poi all’esterno e diventa azione, retto comportamento. Diventa abitudine che ci ricorda chi siamo, e che dà nuova vita al movimento del cuore, che in fondo ci fa stare in piedi e centrati verso l’obiettivo. Il peso e la fatica si dissolvono in un attimo se si pensa che ogni respiro consapevole nella via dell’Islam è un soffio di libertà.

“Non amo chi tramonta” – il balsamo per l’anima di Francesca Bocca-Aldaqre

Copertina del libro

“Non amo ci tramonta” di Francesca Bocca-Aldaqre, Capire Edizioni, Carta Canta 2020

Ogni parola di questa preziosa raccolta di poesie è cesellata con la massima cura, è forgiata con profonda pazienza ed emersa nell’accogliere l’attesa. Alcune parole sono scolpite nel marmo bianco, altre intagliate sul legno. Altre ancora sprofondano sulla sabbia bagnata, che il mare si riprende come se appartenessero a lui. Ci sono poi parole affidate alla carta ingiallita dal tempo che scorre tra le esperienze faticose dell’esistenza. Ogni poesia è una gemma incastonata su supporti d’oro e d’argento: alcune tolgono il fiato, altre trasportano il respiro tra profumi e colori lontani, altre ancora riescono a radicarti alla terra e ricordarti chi sei. Francesca Bocca- Aldaqre ci racconta il suo cammino spirituale incarnato nella traiettoria biografica, negli intrecci delle vicende della sua vita che sono ovunque anche se mai menzionati. Attraverso le sue poesie si toccano le corde di un cuore che tende al Divino, si conosce una mente lucida e attenta a cui nulla sfugge: sono occhi che guardano al di là del fenomeno visibile. Così i versi diventano balsamo per le anime sole ed afflitte che vagano nel soliloquio e nel freddo dell’isolamento quando si sentono incomprese. Ci sono altre parole nascoste in ogni pagina, quelle non scritte, ma regalate al vento attraverso soffi di libertà e suoni di una voce flebile, stanca ma sicura nella gioia. Qui si scorge appena un mistero che incoraggia il lettore a rileggere più di una volta questo piccolo libro dai tanti tesori celati. Attraverso queste poesie Francesca Bocca-Aldaqre testimonia il suo vissuto da musulmana: i riferimenti all’Islam sono molteplici e ci aprono al dialogo con una prospettiva altra.

Calligrafia di Eyas Al-shayeb, omaggio al libro “Non amo chi tramonta”

L’Islam è nei versi dell’autrice un movimento del cuore, che si protrae avanti, che guarda su e giù, e che, soprattutto, sprofonda dentro. Le vibrazioni delle parole dell’autrice cercano di abbracciare il Corano e così l’Islam non è più appartenenza ad una comunità di persone, non è più solo un tratto identitario, ma è esperienza: tensione verso l’Assoluto, verso l’Infinito, verso il mistero di Dio. Diventa così  una ricerca universale dentro e fuori di sé di spazi per sviluppare una sempre più sottile consapevolezza della presenza divina. Il vissuto islamico assume quindi un valore universale e diventa ponte di dialogo verso e per gli esseri umani bisognosi di fermarsi nella contemplazione della realtà. Quello che si legge tra le righe è lo sforzo dei pensatori del passato da Platone ad Agostino d’Ippona, da Schopenhauer a Nietsche e Heidegger che si congiungono sull’altra sponda del mediterraneo con al-Farabi, al-Ghazali, Averroè, Muhammad Iqbal e tutti coloro che hanno consacrato la loro vita al pensiero, alla conoscenza e alla ricerca, perché in fondo cercavano un’unica strada per giungere alla Verità.

Coraggio, temperanza, giustizia e saggezza duratura della compianta studiosa Laleh Bakhtiar

Testo di Davar Ardalan, traduzione e adattamento dall’inglese di Rosanna Maryam Sirignano

Laleh Bakhtiar, studiosa di Islam e di Sufismo, prima donna musulmana americana a tradurre il Sacro Corano, è scomparsa pacificamente domenica 18 ottobre 2020 a Chicago, a causa della sindrome mielodisplasica, una forma rara di anomalia del sangue. Aveva 82 anni.

Poco conosciuta in Italia, Bakhtiar ha contribuito alla crescita spirituale di numerose persone in tutto il mondo, non solo tra la comunità islamica. Qui di seguito la traduzione in italiano del testo inglese dedicato a lei scritto dalla figlia Davar Ardalan. Onorata di aver ricevuto il compito di divulgare il nome di Laleh Bakhtiar in Italia.

L’articolo originale è consultabile qui.

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Laleh Bakhtiar

“Nostra madre ha vissuto una vita ricca e soddisfacente come studiosa, madre, nonna, sorella, zia, amica, guida, attivista e cittadina del mondo. È stata la nostra più grande campionessa e angelo custode. May she rest in power.”

-i suoi figli Mani Helene Farhadi Ardalan, Iran Davar Ardalan e Karim Ardalan

Nata a Tehran il 29 luglio 1938 e cresciuta in America, la dott.ssa Bakhtiar ha dedicato più di 50 anni della sua vita allo studio delle dimensioni mistiche o sufi dell’Islam, a riconsiderare i testi islamici dalla prospettiva di una donna musulmana. Era la fondatrice e la presidentessa dell’Istituto di Psicologia Tradizionale (Institute of Traditional Psychology) e studiosa in sede (Scholar-in-Residence) alla Kazi Publications.

“La compianta Laleh Bakhtiar è stata subito per me una studentessa, un’amica e una collega. Profondamente radicata negli Studi Islamici e interessata avidamente nella cultura persiana, ha dedicato la sua vita agli studi e ha prodotto diverse raffinate opere nel campo degli Studi Islamici e Persiani, sul Sufismo e la Psicologia. Prego per la benedizione della sua anima.”

-Seyyed Hossein Nasr-

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Laleh Bakhtiar negli anni ’70

La dott.ssa Bakhtiar ha scritto, tradotto, curato e adattato circa 150 libri, come Il senso dell’Unità (The Sense of Unity) con Nader Ardalan e Espressioni sufi della ricerca mistica (Sufi Expressions of the Mystic Quest). Uno dei risultati di cui più andare orgogliosi arriva nel 2007 con la sua traduzione del Corano, The Sublime Quran. Sin dalla sua rivelazione il Corano, difatti, era stato tradotto e interpretato per lo più da uomini.

Nel maggio 2016, la dott.ssa Bakhtiar è stata premiata con l’inaugural Lifetime Achievement Awarda dalla fondazione Mohammed Webb di Chicago per il suo contributo alla comunità islamica americana.

“In qualità di sostenitrice delle donne, ha sfidato il patriarcato usando la sua potente penna, come confidente spirituale ha dato un segnale a studiosi e attivisti per creare un dibattito aperto condividendo sentimenti che andavano dal più generale al più intimo e come esempio spirituale ha ispirato la giovane generazione di donne con la sua profonda umiltà e servizio alla comunità “.

– Daisy Khan, fondatrice della WISE Women’s Islamic Initiative in Spirituality and Equality-

Contributo alla Psicologia Islamica

“La dott.ssa Bakhtiar è stata anche apprezzata come studiosa all’avanguardia e professionista all’ emergente disciplina della Psicologia Islamica. Il suo nuovo libro, Psicologia coranica del sé: un manuale sulla psicologia islamica morale (Quranic Psychology of the Self: A Textbook on Islamic Moral Psychology, ha dato un grande contributo all’affermarsi della Psicologia Coranica come scienza, includendo discipline come l’etica, la medicina, la filosofia naturale e la filosofia. Questo testo sarà un’inestimabile risorsa per studenti, professori, istituti di formazione, professionisti della salute mentale, così come offrirà un potente ritorno alle origini trascendenti della psicologia…

– Samuel Bendeck Sotillos, curatore di Psychology and the Perennial Philosophy-

Laleh Bakhtiar negli anni ’60

La dott.ssa Bakhtiar aveva frequentato la Holton Arms High School nel Maryland. Aveva ottenuto il suo diploma di laurea triennale (BA) in Storia dal Chatham College della Pennsylvania e la sua laurea magistrale (MA) in Filosofia e Psicologia del Counseling e il dottorato in Fondamenti Pedagogici dall’università del New Mexico. Era anche un counselor certificato a livello nazionale. Per oltre 30 anni, Bakhtiar studiò l’islam con il suo maestro Seyyed Hossein Nasr. Oltre al Sublime Corano e Psicologia Coranica, scrisse numerosi libri sull’Unità islamica, architettura, psicologia, psicoetica, e guarigione morale attraverso l’enneagramma sufi.

Cresciuta a Washington DC, fra i suoi libri preferiti ci sono Piccole donne e I ragazzi di Jo di Louisa May Alcott, e sì, le piacevano Cime Tempestose e Jane Eyre. Da storica della famiglia, conservò migliaia di lettere e ricordi dal 1880 al presente, raccolti da sua madre, suo padre, fratelli e sorelle quando viaggiava tra l’America e l’Iran.

Helen Jeffreys, madre della dott.ssa Bakhtiar, era una costante fonte di ispirazione durante la sua vita. Helen era nata a Weiser, nell’Idaho, all’inizio del ventesimo secolo. Lavorando come infermiera, incontrò il medico Abol Ghassem Bakhtiar all’ospedale Harlem. Abol Ghassem Bakhtiar era emigrato ad Ellis Island, NY nel 1919. Si innamorarono e si sposarono al comune di New York nel 1927.

Negli anni ’50 Helen viaggiò verso l’Iran come infermiera della sanità pubblica come parte del programma dei quattro punti del presidente Truman. Il progetto di miglioramento delle zone rurali inviò presso i villaggi dei paesi meno sviluppati esperti in agricoltura, salute, formazione al lavoro.

Viaggiando nelle remote montagne di Chahar Mahal con la sua jeep, Helen lavorò con la leggendaria tribù Bakhtiari dell’Iran, aiutando le donne a conoscere l’importanza dell’assistenza sanitaria. La gente di Chahar Mahal amava Helen e anni dopo avrebbe nominato una regione montuosa e ambientale protetta in suo onore. Quello stesso spirito di servizio alla comunità è ciò che ha ispirato la dott.ssa Bakhtiar nel suo percorso di studiosa islamica.

I genitori di Laleh Bakhtiar: Dott. Abol Ghassem Bakhtiar e Helen Jeffreys Bakhtiar, New York City 1931

“La nostra storia, come la storia di tanti emigranti, non sarebbe mai stata possibile se non fosse stato per Ellis Island e la speranza che ha ispirato tanti, come mio padre, a fare il grande viaggio verso le coste dell’America per ottenere una formazione scolastica.”

– Laleh Bakhtiar maggio 2014 –

Nei suoi ultimi giorni, la dott.ssa Bakhtiar è stata circondata dalla sua famiglia che l’ha confortata, anche attraverso il distanziamento sociale, leggendo messaggi di preghiere provenienti da tutto il mondo, tra cui uno del suo maestro, il dott. Seyyed Hossein Nasr, che la lodava per aver difeso “l’Islam, il sufismo e la verità”. I suoi figli le leggevano a turno passaggi del Sublime Corano, gli scritti del poeta Jalal al-Din Rumi, il filosofo Al-Ghazali, e suonavano la musica dei cantanti e cantautori come  Joan Baez, James Taylor, Yusuf Islam’s Tea for the Tillerman 2 e un interpretazione di Amazing Grace dai suoi nipoti.

La dott.ssa Bakhtiar sarà sepolta a Chicago, dove ha lavorato come studiosa presso la Kazi Publications, guidata dall’editore Liaquat Ali. Sopravvivono a lei i figli Mani Helene Ardalan Farhadi, Iran Davar Ardalan e Karim Ardalan; i suoi nipoti Saied, Samira, Rodd, Ryon, Aman, Amir, Ryan e Layla; sua nuora Susan Khalili e i generi Shervin Farhadi e John Oliver Smith. I suoi fratelli sopravvissuti sono Parveen, Jamshid, Lily, Maryam, Parvaneh, Shahrbanou, Afsaneh, Norooz, Pirooz e Abol.

Domenica 1 novembre 2020, il WISE, Women’s Islamic Initiative in Spirituality and Equality, con sede a New York City, ospiterà una cerimonia virtuale alla memoria della dott.ssa Laleh Bakhtiar alle 13:00 EST e le consegnerà un premio alla carriera per gli studi in religione e spiritualità.

“Ha avuto il coraggio di vedere oltre l’orizzonte, ha mantenuto la sua fiducia in Dio, guidata da esempi, influenzando innumerevoli donne e uomini attraverso la sua guida di servitrice, la sua cultura e integrità spirituale.”

– Daisy Khan Fondatrice di WISE-

Per offrire la solidarietà in questo momento difficile, si può scegliere di far piantare un albero commemorativo in una foresta nazionale degli Stati Uniti in memoria di Laleh Bakhtiar.

RIFLESSIONI SULL’OPERA E CONTRIBUTI DELLA DOTT.SSA BAKHTIAR

Il principe giordano Ghazi Bin Muhammad, consigliere capo per gli affari religiosi e culturali del re Abdullah di Giordania, ha approvato la sua traduzione del Sublime Corano su Amazon:

“Il lavoro che la dott.ssa Bakhtiar ha messo nella sua interpretazione include coerenza, metodo, attenzione a tempi verbali, radice, caso e dettaglio non è secondo a nessuno. Non l’ho mai visto qualcosa di simile prima. Anche la lettura in inglese è piacevole e fluida. Questa è chiaramente una benedizione.”

“La traduzione del Corano della dott.ssa Bakhtiar è una traduzione universale, il che significa che non ci sono frasi tra parentesi che interpretano ed elaborano ulteriormente un verso, permettendo così alla traduzione di essere libera da qualsiasi pregiudizio politico, confessionale o dottrinale transitorio. La sua traduzione ha generato un intenso controllo e critiche, nonché lodi e riconoscimenti da tutto il mondo.

La dott.ssa Laleh Bakhtiar è una donna straordinaria. I suoi contributi allo studio dell’Islam in Occidente rientrano in una gamma sbalorditiva di svariate abilità e hanno prodotto un’eredità davvero monumentale.

– SCOTT ALEXANDER, presidente del Theological Education Committee dell’American Academy of Religion e consulente sulle relazioni cattolico-musulmane per la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (riflessioni del 2009)

Nel corso degli anni, la dott.ssa Bakhtiar ha ascoltato centinaia di donne musulmane, donne maltrattate e gruppi di servizi sociali che l’hanno ringraziata per aver fornito una traduzione alternativa agli occhi del pubblico. In qualità di oratore principale per il Turnig Point di New York, un’organizzazione per donne e ragazze musulmane colpite dalla violenza domestica, Bakhtiar si è rivolta al Corano stesso per incoraggiare le persone ad essere coraggiose e forti nella trasformazione delle loro vite. Shireen Soliman, presidente del consiglio di Turning Point, ha così descritto l’impatto personale del lavoro di Bakhtiar:

Si può immaginare quanto sia stato incoraggiante sentire e leggere finalmente il lavoro della dott.ssa Bakhtiar e la sua abilità di giungere, ttraverso il suo lavoro e la sua ricerca, a una traduzione del Corano che finalmente per me ha davvero colto l’essenza dell’Islam, ed è così meravigliosamente allineato con il lavoro che stiamo facendo … con Turning Point.

Nel dicembre 2009, lo scrittore americano Dave Eggers ha consigliato la lettura di The Sublime Quran su Oprah.com. In un articolo dell’agosto 2009 Eggers ha detto:

“Leggere il Corano è stato così illuminante. Sono riuscito a trovare una meravigliosa traduzione di Laleh Bakhtiar, che mi ha aperto alla bellezza della fede in un modo che nessuna interpretazione del testo aveva fatto prima. E, naturalmente, nel libro trovate, molto chiaramente, la dedizione dell’Islam alla giustizia sociale, alla pace e ai meno fortunati.”

RISORSE E INTERVISTE (in inglese)

Recitazione della traduzione inglese de Sublime Corano di Laleh Bakhtiar

Laleh Bakhtiar racconta la sua vita, registrato da Samira Ardalan

Corso sull’enneagramma sufi: conoscere se stessi e sviluppare la guarigione morale, Novembre 2018

Intervista con Homa Sarshar

Fondazione per la sindrome melodisplasica (MDS)

Antropolaroid: Una rivoluzione mediterranea

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Ieri sera ho avuto il privilegio di essere tra gli spettatori di Antropolaroid di Tindaro Granata, nella mia amata Napoli, presso lo spazio teatrale Sala Assoli. Le righe che seguono sono un tentativo per dire “grazie”, perchè un lungo applauso non mi è bastato. Ho pianto a dirotto per tutto il tempo, anche quando accennavo un sorriso, anche quando gli altri ridevano. E mi sentivo a disagio e sola. Il senso dello spettacolo autobiografico, spiega Tindaro, è racchiuso nelle parole della nonna antica, nonna Concetta: “E ricordati nipotinu meu, avrai tanta fortuna. Tanta bellezza e tanta sofferenza”. Quella sofferenza ha un sapore diverso a seconda di come e dove sei cresciuto. Quella di Tindaro, che con infinita generosità e sincerità racconta pezzi della sua vita è la sofferenza del Sud, del Mediterraneo che accarezza Napoli e fa sentire la sua brezza anche nella mia fredda Irpinia, il mare che ha accompagnato la vita di Tindaro nella sua calda, gioiosa e nostalgica Sicilia, quello che si scorge dalle coste del Medio Oriente e del Nord Africa. I racconti di Tindaro, mi hanno spinta lontano nella mia infanzia, nei luoghi delle ferite mai guarite, delle ingiustizie mai comprese, poi, come le onde di un mare in tempesta mi hanno colpito, mi hanno scosso e scaraventato fino a quel villaggio di cui non voglio mai parlare: Artas, in Palestina, dall’altra sponda del Mediterraneo. antropolaroid-2.jpgTindaro rappresenta il femminile e il maschile delle nostre terre, gli intricati rapporti d’amore, l’ossessione per l’opinione altrui, la solidarietà necessaria e opprimente, le lotte per sopravvivere, la saggezza dei nonni, la loro tenacia e infinita pazienza. L’amore assurdo per una terra piena di spine, di arsura e di venti implacabili, da cui un giorno ci allontaniamo per guardare altrove, per diventare grandi. Tutto esplode quando lui ha il coraggio di spezzare la catena. Lo fa decidendo di diventare se stesso, di seguire il suo destino, di assecondare le sue passioni, viaggiando in direzione contraria rispetto al suo mondo. Con il suo spettacolo Tindaro sprofonda nella sua storia, nella memoria della sua famiglia, per strappare dalla terra le sue radici e riportarle in superficie, così da guardarle bene, per celebrarle e farne dono a noi spettatori.  Le sue parole, i suoi gesti, i suoi sgurdi hanno qualcosa di strano, di inconsueto, di raro: sono veri. Ed è per questo che la sua arte è capace di muovere qualcosa dentro di me, di irrorare il seme della rivoluzione, di cui tutti abbiamo bisogno prima o poi. Mi ricorda chi sono e da dove vengo, e mi fa svegiare con una forza ed un coraggio rinnovati. Sì, da ieri non sono più la stessa. Grazie Tindaro!

“Drumul” – dalla Romania alla provincia irpina: l’ umanità che (r)esiste

La settimana scorsa un piccolo gioiello è approdato nella provincia irpina. Grazie a Nicola Mariconda, al suo sforzo costante di mantenere viva la passione per il teatro, alla sua dedizione a lavorare ogni giorno per contribuire alla crescita umana del suo territorio, riceviamo un dono prezioso. La Bottega del Sottoscala, sede dell’Associazione G&D show, di cui Nicola è presidente, è un luogo che racconta di sogni, di relazioni, di duro lavoro, di apertura a tante forme d’arte, un piccolo teatro accogliente nel comune di S. Michele di Serino (Av). In scena il 19 e 20 gennaio Marius Bizău, accompagnato dalla musica dal vivo e dalla coinvolgente simpatia del polistrumentista Daniele Ercoli con la regia di Lorenzo di Matteo, che ha scritto il testo “Drumul – la strada”, una narrazione autobiografica dell’attore Bizău. Con grande disinvoltura, precisione e delicatezza dei movimenti Marius Bizău interpreta se stesso, ripercorrendo i momenti salienti della sua vita in ordine cronologico: dalla sua nascita nel 1983 al momento della piena realizzazione di se stesso, quando comincia il percorso di formazione come attore presso l’Accademia di Arte Drammatica Silvio D’Amico. Marius ci racconta dell’Europa ai margini del pensiero e dell’interesse di molti, l’Europa balcanica, attraversata da guerre, sofferenze e oppressioni. Sin da subito emerge la possente figura materna, una donna apparentemente dura, ma dal cuore tenero, una donna che sopporta con dignità la violenza del marito, colpo dopo colpo, livido dopo livido, una donna che resta in piedi nonostante tutto, una mamma mediterranea. A volte l’attore interpone frasi e parole in rumeno, e subito ci ricordiamo che è una lingua neolatina, come la nostra, dal suono abbastanza familiare. Nel distacco apparente e nella fermezza con cui Marius scandisce ogni parola, si annida il profondo dolore che un tempo lo ha devastato, ma che ora è la sua più grande fonte di energia. Daniele Ercoli circondato dai suoi strumenti lo segue con sguardo dolce e attento, è lì pronto a sostenerlo e ad entrare in contatto con le sue ferite, alleviate dal suono della sua musica. Parola dopo parola cresce la potenza del racconto individuale, delle storie di vita, che spesso ci trasmettono molto di più che decine di libri. Attraverso il racconto di Marius riflettiamo sul dramma delle migrazioni, dei distacchi forzati, a poco a poco sgretoliamo i pregiudizi nei confronti dello “straniero”, dell’ “altro” percepito come diverso e pericoloso. Ci accorgiamo della grande ricchezza culturale e umana che persone appartenenti a diversi mondi hanno portato nel nostro paese. Mettiamo in discussione il nostro senso di appartenenza e il nostro concetto di identità. Marius parla un elegante e soave italiano, che suona come una piacevole melodia alle orecchie dello spettatore: sì, perché costruirsi un’altra appartenenza, appropriarsi di un altro modello culturale è un diritto di tutti. In Italia, Marius scopre il suo talento e la strada che deve seguire per essere felice, e così con disciplina, duro lavoro, costanza e fiducia si incammina verso un percorso di formazione che lo porterà lì dove è adesso. Al termine dello spettacolo scopro che Marius è legato da un sentimento di amicizia a Nicola Mariconda, che commosso ringrazia il pubblico. Io gli parlo della mia Siria, delle difficoltà della comunità islamica in Italia. Lorenzo di Matteo, racconta di come ha costruito il testo a partire dai racconti di Marius e sua madre, Daniele Ercoli ci intrattiene con buffi racconti  sulla comunità rumena a Roma. “Sono salva!” penso, il mondo in cui vivo e le persone di cui mi circondo fanno parte di quell’umanità che (r)esiste!

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La Locandina dello spettacolo “Drumul-la strada”

Da Damasco a Caserta: la lingua araba accorcia le distanze

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Chiara Costanzo con alcuni degli studenti del corso di arabo

Sembra che io abbia incontrato la mia anima gemella! Giovane donna meridionale, come me, con un simile percorso di formazione e una grande passione per il mondo arabo! Lei è Chiara Costanzo, insegnante di lingue, fondatrice dell’Associazione Culturale Araboce*. La sua passione per l’arabo comincia diversi anni fa tra i banchi dell’università di Napoli “l’Orientale”. Durante il suo percorso di studio ha avuto la possibilità di studiare a Tunisi, al Cairo, ma i soggiorni più lunghi li ha trascorsi in Siria, di cui conserva preziosi ricordi.

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A Mar Musa nel 2006

È ritornata in Siria per l’ultima volta nel 2010 per pochi giorni. Nel 2008 ci aveva trascorso sette mesi per raccogliere materiale per la sua tesi di magistrale sul diritto di famiglia tra i curdi siriani. “Della Siria ricordo in particolare le persone, sempre calorose, gentili ed accoglienti! In Siria ho incontrato persone serene, molto aperte e curiose.” racconta con una punta di dolore. Ricorda poi di padre Paolo Dall’Oglio, che considera una delle persone più influenti della sua vita. “Sono stata a Mar Musa nel periodo pasquale, dove abbiamo celebrato con musulmani e cristiani. Lì ho capito il valore della Pasqua.”

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A Mar Musa nel 2006

Dopo la laurea Chiara ha seguito quello che sarebbe diventato suo marito a Gaziantep in Turchia, a circa 100 km da Aleppo, dove ha lavorato come insegnante di italiano. Rientrata in Italia, spinta da un forte desiderio di mettere a frutto la sua esperienza e le sue conoscenze nella città in cui è nata: Caserta. “Volevo mettere a disposizione della mia città le mie risorse e le mie competenze, pur sapendo che non sarebbe stato facile.” Inizialmente organizzava degli eventi molto semplici legati alla cultura araba, per poi fondare l’associazione culturale Araboce, che quest’anno inaugura la quinta edizione dei corsi di lingua araba per principianti. “La maggior parte dei miei studenti sono persone interessate alle culture in generale, sensibili alle questioni politiche e sociali. Inoltre ci sono diversi studenti universitari che necessitano di supporto per la preparazione degli esami.” Non mancano le critiche che per fortuna, riferisce Chiara, arrivano dalla minoranza: “Qualcuno mi ha detto, anziché insegnare italiano agli stranieri insegniamo l’arabo ai casertani, che assurdità!” In effetti, le chiedo in modo provocatorio: “Perché studiare l’arabo?” “Prima di tutto per abbattere i pregiudizi, la paura del diverso in generale, non solo l’arabo. A Caserta in particolare ci sono diverse comunità di persone provenienti dal Marocco, dall’Africa Sub Sahariana, dall’ex Unione Sovietica e dal Sud America. Purtroppo vivono ghettizzati e solo recentemente si vedono sforzi di reciproca conoscenza. Studiare la lingua araba accorcia dunque le distanze, aiuta le persone ad avvicinarsi ad una cultura che si conosce poco.”

 

*Per maggiori informazioni :

http://araboce.blogspot.com/

 

Dalla Campania alla Germania: primo tour di presentazioni

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Da poco tornata da Heidelberg, città che mi ha ospitato per quattro intensi anni, e che ora mi accoglie per presentare “La mia Siria” nell’ambito del Festival di Cultura Italiana organizzato dall’associazione Volare. Con me Nouruz, uno dei protagonisti del libro, che ha generosamente condiviso i suoi ricordi con noi. Dall’uscita del libro a gennaio è stato un susseguirsi di emozi

oni e incontri. Abbiamo debuttato ad Avellino il 17 febbraio, al Godot Art Bistrot di Luca Caserta, un luogo che per anni è stato la mia casa, un angolo prezioso della mia città natale. Ancora ad Avellino affiancata dal professor Carlo de Angelo e sostenuta dal gruppo Entreprise, abbiamo discusso di storia, di narrazioni, di Siria prima e dopo il 2011. Un grande onore ed emozione incontrare i ragazzi dell’Orientale di Napoli, università dalla quale sono partita per il mio viaggio oltre i confini. A marzo io e l’attivista Milena Annunziata, siamo stati ospiti dell’Officina Gomitoli di Napoli per ricordare della rivoluzione, quella dei siriani pacificamente scesi in piazza nel 2011. Ad aprile di nuovo ad Avellino abbiamo raccontato La mia Siria ai più piccoli, all’Angolo delle Storie di Consiglia Aquino. Grande privilegio ed emozione incontrare ragazzi e ragazze curiosi e vivi nel breve tour di presentazioni per le scuole ad Avellino e Ariano Irpino. Ancora in Campania, siamo stati ospiti del Kinetta Spazio Labus di Chiara Rigione. Sempre al mio fianco loro: gli amici dell’associazione culturale Vernicefresca Teatro, che hanno accompagnato quasi tutte le presentazioni sopra elencate. Vernicefresca è molto di più che una compagnia teatrale e i nostri destini sono legati da tante trame intrecciate … ve lo racconterò strada facendo. Da ora il blog e la pagina Facebook prendono una bella pausa estiva, per lavorare a nuove idee, sorprese e per accompagnarvi meglio nei prossimi viaggi!

 

 

 

“Il silenzio del mare” romanzo di Asmae Dachan

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Ha sicuramente trascorso molto tempo della sua esistenza a guardare il mare la giornalista italo-siriana Asmae Dachan. Guardando il mare della sua Ancona, ha desiderato di attraversarlo per giungere in Siria, paese dei suoi genitori ma che non aveva mai potuto visitare fino a qualche tempo fa. Guardando il mare ha sognato un mondo migliore, ha trascritto le sue interviste, inventato racconti, volato con la fantasia altrove, ha pianto e ha riso. Mi piace immaginare che anche questo romanzo sia nato non lontano dal mare, un mare che Asmae conosce così bene tanto da saperne ascoltare il silenzio. Un romanzo scorrevole, che attraverso i personaggi racconta diversi aspetti della Siria dimenticata, oltraggiata da ormai sette anni, una tragedia umana dalle proporzioni inconcepibili alla mente di semplici esseri umani. Di questo ci parla Asmae, di persone, di umanità e soprattutto di ciò che significa la Siria, quando ti entra nel cuore, e di che natura è il dolore che ogni giorno accompagna chi ha deciso di guardare oltre l’orizzonte, sull’altra sponda del Mediterraneo. Vite distrutte, smarrite, senso di impotenza, ma anche tanta speranza in un romanzo scorrevole e semplice da seguire che con delicatezza tocca corde sensibili e fa male il giusto per scuotere l’anima. Trapela tanto anche dell’autrice, instancabile giornalista che in questi sette lunghi anni ha raccontato dei siriani e delle siriane che con coraggio hanno scelto la strada della pace per rivendicare diritti, per costruire una Siria libera e giusta. Ha reso disponibili queste storie ai concittadini italiani principalmente sul blog Diario di Siria e poi su altri mezzi di informazione come Panorama. Questa volta ci racconta di Siria attraverso un romanzo, con un linguaggio diverso, quello dell’arte, con cui svela e condivide con il lettore il suo legame intimo con la Siria, ma anche con l’Italia. Questo libro crea così un ponte: tra i personaggi siriani e quelli italiani sembra non esserci una così netta differenza, perché è di un mondo senza confini che ci parla Asmae. “Il silenzio del mare” (Castelvecchi Editore), rappresenta dunque un fondamentale contributo per costruire un pezzo di solidarietà con il popolo siriano e con la Siria, che non sembra poi così lontana e che oggi ci offre la possibilità di riflettere a fondo e di guardare alla nostra quotidianità in modo nuovo.

Foto: Fotogramma del trailer de “Il silenzio del mare” – Castelvecchi Editore)

Trailer qui: https://www.youtube.com/watch?v=W43UNREg-YM

Info sul libro qui: http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/asmae-dachan-il-silenzio-del-mare/