“Il silenzio del mare” romanzo di Asmae Dachan

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Ha sicuramente trascorso molto tempo della sua esistenza a guardare il mare la giornalista italo-siriana Asmae Dachan. Guardando il mare della sua Ancona, ha desiderato di attraversarlo per giungere in Siria, paese dei suoi genitori ma che non aveva mai potuto visitare fino a qualche tempo fa. Guardando il mare ha sognato un mondo migliore, ha trascritto le sue interviste, inventato racconti, volato con la fantasia altrove, ha pianto e ha riso. Mi piace immaginare che anche questo romanzo sia nato non lontano dal mare, un mare che Asmae conosce così bene tanto da saperne ascoltare il silenzio. Un romanzo scorrevole, che attraverso i personaggi racconta diversi aspetti della Siria dimenticata, oltraggiata da ormai sette anni, una tragedia umana dalle proporzioni inconcepibili alla mente di semplici esseri umani. Di questo ci parla Asmae, di persone, di umanità e soprattutto di ciò che significa la Siria, quando ti entra nel cuore, e di che natura è il dolore che ogni giorno accompagna chi ha deciso di guardare oltre l’orizzonte, sull’altra sponda del Mediterraneo. Vite distrutte, smarrite, senso di impotenza, ma anche tanta speranza in un romanzo scorrevole e semplice da seguire che con delicatezza tocca corde sensibili e fa male il giusto per scuotere l’anima. Trapela tanto anche dell’autrice, instancabile giornalista che in questi sette lunghi anni ha raccontato dei siriani e delle siriane che con coraggio hanno scelto la strada della pace per rivendicare diritti, per costruire una Siria libera e giusta. Ha reso disponibili queste storie ai concittadini italiani principalmente sul blog Diario di Siria e poi su altri mezzi di informazione come Panorama. Questa volta ci racconta di Siria attraverso un romanzo, con un linguaggio diverso, quello dell’arte, con cui svela e condivide con il lettore il suo legame intimo con la Siria, ma anche con l’Italia. Questo libro crea così un ponte: tra i personaggi siriani e quelli italiani sembra non esserci una così netta differenza, perché è di un mondo senza confini che ci parla Asmae. “Il silenzio del mare” (Castelvecchi Editore), rappresenta dunque un fondamentale contributo per costruire un pezzo di solidarietà con il popolo siriano e con la Siria, che non sembra poi così lontana e che oggi ci offre la possibilità di riflettere a fondo e di guardare alla nostra quotidianità in modo nuovo.

Foto: Fotogramma del trailer de “Il silenzio del mare” – Castelvecchi Editore)

Trailer qui: https://www.youtube.com/watch?v=W43UNREg-YM

Info sul libro qui: http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/asmae-dachan-il-silenzio-del-mare/

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Buongiorno Siria!

agony Khaldoun Azzam
E così un bel giorno la bacheca di Facebook si riempie di hashtag per la Siria e di foto di persone che si tappano la bocca, per protesta contro gli attacchi chimici di un tale Hassad o Hassan, ah no…Assad, in una terra lontana chiamata Siria, ma che potrebbe essere la Libia, l’Iraq, che importa? È uguale. Uno di quei paesi là, in Medio Oriente, o in Africa, dove la gente soffre, ma non tanto, perché è abituata. Ma siamo sicuri che ci dispiace per la gente? Sì, soprattutto se sono bambini innocenti, che nulla hanno a che fare con questo disastro, che ci inteneriscono, come le foto di cuccioli di cagnolini e gattini, uguale. Peccato per loro che sono nati nella parte del mondo sbagliata! Noi invece sì che siamo fortunati, privilegiati, possiamo dormire sonni tranquilli, siamo in pace e ce lo siamo meritato, perché non siamo barbari come quelli lì… ma chi sono quelli? Ah sì i siriani, la Siria….. e dove si trova esattamente? Fouad Roueiha, giornalista italo-siriano, dalla sua pagina Huna Souria il 12 aprile scrive in un “post lungo, e farcito di turpiloquio, uno sfogo”*: “Ma voi, voi che state sempre zitti e ve ne fottete, con che faccia ora state lì a commentare con aria grave il “rischio” di una guerra?… I siriani muoiono col gas, poverini…. ma […] le armi chimiche hanno ucciso meno dell’1 per 1000 delle vittime civili, perché morire sotto un barile bomba o un missile russo dovrebbe essere meno grave, generare meno empatia? Perché un assedio mortale durato anni ed i bambini che muoiono di fame davanti agli occhi del mondo non meritano indignazione, mentre un attacco chimico o 4 […] cruiser americani mettono in allarme tutti? Perché decine di migliaia di donne e uomini morti di tortura, lentamente, umiliat* e stuprat* non ci interessano mentre quelli morti in pochi minuti per il sarin si`? Perché centinaia di attacchi col gas cloro non valgono un solo attacco col sarin? Perché una bomba di Erdogan sui curdi fa più rumore di 6 anni di bombardamenti di Assad su civili arabi?” La triste verità è che la maggior parte delle persone che ha dedicato un post o un commento sulla Siria in questi giorni non saprebbe come rispondere ad alcuna di queste domande. Peggio ancora, non sa neanche lontanamente di cosa parla Fouad e si atteggia ad esperta di Medio Oriente, temendo “un altro Iraq o un’altra Libia”, mostrando una spaventosa superficialità ignorando che il mondo è molto più complesso. Fouad è solo una delle persone che in questi anni ha cercato di far conoscere la situazione del suo paese in modo onesto e ha lavorato per costruire una solidarietà con il popolo siriano. È dunque apprezzabile che si moltiplichino post e foto dedicati alla Siria, purché siano delle azioni vere, sincere. Allora chiediamoci: perché lo sto scrivendo? Perché tanto fanno tutti così? L’ho deciso io o la tv? M’importa davvero dei siriani? Ho gli strumenti necessari per effettuare analisi e schierarmi da una parte o dall’altra? Insomma, la solidarietà e l’appoggio per una causa si costruiscono giorno per giorno e si comincia con la conoscenza. Altrimenti è tutto maledettamente finto!
Immagine: “Agony” opera di Kaldun, fonte: Art2defy
*post a questo link : https://www.facebook.com/Huna.Souria/posts/2116452008588566

Siria: che possiamo fare noi?

tamman ayyam                                                            Opera di Tammam Azzam

Ricordate Rosa Parks? La donna afro-americana che rifiutò di cedere il posto dell’autobus ad un bianco. Quel piccolo gesto, insieme ad altri piccoli gesti, portò alla fine della segregazione razziale negli Stati Uniti. Tutto comincia sempre con un piccolo passo!

Ma perché a noi italiani dovrebbe importare della Siria? È vero non siamo in Siria, non siamo sotto assedio, ma viviamo nel presente. Con i siriani condividiamo la contemporaneità, viviamo nello stesso tempo. Per loro e per noi oggi è lo stesso giorno sul calendario. Con la Siria e con il resto dell’umanità condividiamo il passato e il futuro. Un giorno quello che sta accadendo oggi sotto i nostri occhi sarà storia, come è accaduto per altri terribili genocidi del passato, si organizzeranno conferenze, ci saranno film, musei dedicati e noi staremo a guardare addolorati, commossi, con sollievo sussurreremo “per fortuna è passato, non accadrà mai più”. Perché invece non vivere qui ed ora? Così che un giorno potremmo dire: c’ero, non sono stato in silenzio, ve lo racconto, perché non accada più! Oggi la Siria ci invita ad essere protagonisti della storia!

Non sottovalutate l’importanza  e il significato di piccoli gesti di solidarietà per i civili come quelli della Ghouta sotto assedio da cinque anni, sotto bombardamenti, anche chimici senza sosta. Apprezzeranno molto. È un modo semplice per dire che a noi importa e che non ci siamo dimenticati di loro. Ma non pensate a loro, quando deciderete di compiere il vostro passo verso la Siria, fatelo principalmente per voi stessi! Fatelo per superare l’orribile sensazione di paralisi e impotenza davanti alla crudeltà di questo massacro! Fatelo per non essere inghiottiti dal cinismo e la noncuranza! Fatelo per non diventare assuefatti al dolore e alla violenza! Fatelo per essere quella parte di società che pratica una cultura di pace! Fatelo per tenere viva la vostra umanità!

Grazie a “Le voci della libertà” per aver ispirato questo articolo, tratto anche da numerosi appelli di cittadini siriani. Il blog contiene diverse traduzioni di articoli sulla situazione siriana. Link qui: https://levocidellaliberta.com/

La mia Siria – poesia di Francesca Scalinci

Una poesia dal titolo familiare, di seguito la traduzione italiana di “My Syria” di Francesca Scalinci, a seguire l’originale inglese e la traduzione araba a cura di Yassin Al-Haj Saleh)

 

La mia Siria 

La mia Siria non è

solo un luogo sulla mappa

Né  nomi di posti visti solo in sogno

Daraa, Dimashq, Homs, Hama, Halab

O meglio, la mia Siria

È  su una mappa

Di dolore invisibile

Che si stende da oceano a oceano

Da polo a polo

La mia Siria

Si rialza Sempre

Raccoglie la dignità

Ingoia gli affanni

E si mette a  lavoro

La mia Siria è il sorriso

Di ogni amico stretto tra le braccia

Brandelli di cuore qua e là sparsi

Familiari scomparsi

Come arti fantasma doloranti

La mia Siria dice: Alhamdulillah

Sia lodato Iddio

Sebbene dal cielo

Piova sangue

E non più pioggia

Così grave il dolore

Da crepare le ossa e spezzarle

Una ad una finché nulla rimane

La mia Siria

è negli occhi di chi in ogni angolo di questa terra

ricostruisce la vita mattone su mattone

Lacrima su lacrima su lacrima

La mia Siria piange e muore inascoltata

fiore schiacciato dal peso di un silenzio codardo,

Voce soffocata di chi più non è

O più non si trova

La voce del prigioniero

Ma la mia Siria è lotta per libertà, dignità e giustizia

E la mia Siria sorride e dice:

Le vedi queste ceneri?

Da queste ceneri risorgerò

Da queste ceneri rivivrò

Con queste ceneri chi sono

Ti mostrerò

Poi mi guarda negli occhi e dice:

Lo vedi questo sangue?

Lo vedi?

Questo sangue che mi inzuppa vesti, anima e mani?

Ne farò oro e gelsomino

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L’autrice Francesca Scalinci, è dottore di ricerca in Studi anglo-americani (Università Ca’ Foscari di Venezia),  in studi postcoloniali e letterature anglofone. A lungo si è occupata di Caraibi per passare negli ultimi anni, catturata quasi da un richiamo ancestrale, al Mediterraneo. Ha scritto di narrativa di “guerra” di Cipro,  Libano e  Palestina. Oltre alle pubblicazioni accademiche, scrive racconti per bambini e ragazzi, e poesie  quasi sempre in inglese. Nel 2013, inizialmente attraverso la strada del volontariato, si avvicina alla Siria. “Ogni siriano che conoscevo faceva crescere in me l’amore e il rispetto per questo popolo. Ho sentito dunque la necessità di conoscere più approfonditamente la storia siriana, passando presto dal volontariato all’attivismo.”Io, che in Siria non sono mai stata, escluso il Jawlan occupato, amo profondamente questo paese e questo popolo.” racconta Francesca. Al momento è impegnata in un progetto di scrittura, ancora in nuce, riguardante proprio la Siria. Alla Siria sono anche dedicate due poesie a cui tengo molto: “I Am No Syrian Woman” e appunto “My Syria” (di seguito il testo originale inglese e la traduzione araba di Yassin Al-Haj Saleh)

My Syria 
My Syria is not
Just a place on the map
It’s not just the name of places
I’ve only seen in my dreams
Daraa, Dimashq, Homs, Hama,Halab
My Syria lies on a map
Of invisible pain
Stretching from ocean to ocean
From pole to pole
My Syria
Always gets back on her feet
She collects her dignity
Swallows her sorrows
And goes back to work
My Syria is the smile
Of every friend
I’ve held in my arms
Heart scattered around
Missing family members
Like aching phantom limbs
My Syria says
Alhamdulillah, praise be to God
Even when the sky’s dripping blood
Instead of rain
And so unbearable is the pain
That bones start cracking
One after the other
Until nothing whole is left
My Syria’s in the eyes of those who
In every corner of the world
Rebuild life
Brick by brick by brick
Tear after tear after tear
My Syria dies and cries
But goes unheard
It’s a flower crushed
Under the numbing silence
Of the coward
It’s the silenced voice of those
Who are no more
Or are nowhere to be found
But my Syria is struggle
For freedom, dignity and justice
And my Syria smiles and says
From these ashes I will rise
From these ashes I will live again
My Syria says, I will show you who I am
My Syria looks me in the eyes and says
You see this blood,
This blood covering my clothes?
I will turn it into jasmine and gold

سوريتي

سوريتي ليست مجرد مكان على الخريطة
ليست مجرد اسم لأمكنة
رأيتها في أحلامي: درعا، دمشق، حمص، حماه، حلب
سوريتي هي هناك على خريطة من الألم غير المرئي
تمتد من المحيط إلى المحيط
من القطب إلى القطب

سوريتي تقف على قدميها بعد أن تقع
تسترجع كرامتها
تبتلع أحزانها
وتعود إلى العمل
سوريتي هي ابتسامة كل صديق عانقته بين ذراعي
قلبه متناثر هنا وهناك
بين أفراد العائلة المفقودين
مثل وجع باقٍ لأطراف مبتورة
سوريتي تقول: الحمد لله!
حتى حين تقطر السماء دماً بدل المطر
وحين الألم لا يطاق
وحين تشرع العظام تطقطق
واحداً بعد الآخر
حتى لا يبقى بينها ما هو سليم

سوريتي هناك في عيون أولئك الذين في كل أصقاع العالم
يعيدون بناء الحياة
لبنة بعد لبنة بعد لبنة
دمعة بعد دمعة بعد دمعة

سوريتي تموت وتصرخ
لكن صوت صراخها لا يُسمع
إنها زهرة سحقت
تحت ثقل صمت مخدر
صمت الجبناء
إنها صوت أولئك الذين لم يعد يمكن العثور عليهم
لم يعودوا في أي مكان

لكن سوريتي هي كفاحٌ من أجل الحرية، الكرامة، والعدالة

سوريتي تبتسم وتقول
سوف أنهض من وسط هذا الرماد
ومن وسط هذا الرماد سأنبعث
سوريتي تقول: سوف أريكم من أنا

سوريتي تنظر إلي في العينين مباشرة، وتقول: أترين هذا الدم
الذي يغطي ثيابي؟
سوف أجعل منه ياسميناً وذهبا

La mia Siria – Il libro

A fine gennaio esce il libro “La mia Siria – l’umanità che resiste” pubblicato da Villaggio Maori Edizioni. Vi racconto com’è nato…

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Ho aperto il blog nel 2013, mi ero da poco trasferita in Germania e l’ideale della fantastica vita all’estero si era ormai sgretolato. Mi mancava l’Italia e la Siria mi sembrava più lontana da lassù. Soprattutto non riuscivo a trovare spazio per manifestare la mia solidarietà, come facevo in Italia. Ho aperto il blog, perché avevo paura di dimenticarla e nel terrore che la Siria fosse ricordata solo per gli orrori della guerra. Inizialmente ho pubblicato qualche ricordo, e poi ho invitato anche qualche amico a scrivere della sua Siria. Con il passare del tempo, però, non riuscivo più a guardare le immagini e a leggere le notizie che provenivano da quei giornalisti e persone comuni che coraggiosamente si sforzavano di documentare la verità. Dall’altro lato assistevo impotente al silenzio, l’indifferenza e la gravissima disinformazione che i media più seguiti diffondevano. Così ho mollato, ho cercato di dimenticare la Siria e vivere la mia vita normalmente, tanto non avrei potuto cambiare nulla. Un giorno, nel 2015, mi trovavo in un albergo in Puglia. La receptionist per caso finì sul mio blog e mi chiese: “sei tu l’autrice di questo?” e mi mostro lo schermo del suo smartphone aperto su questa pagina. “Sì” risposi sorpresa, “ma non lo curo tanto”. “Che bello, io lo leggo spesso, ma dov’è il libro?” Ecco mai avrei pensato che due anni dopo sarebbe arrivato quel giorno. Intanto la Siria mi inseguiva tra le strade di Mannheim e Heidelberg, dove quasi ogni giorno qualche siriano o siriana mi chiedeva informazioni. Mi inseguiva attraverso i ragazzi sopravvissuti alle prigioni del regime, ai sorrisi dei bambini del campo profughi Patrick Henry Village. Poi un giorno Natasha Puglisi di Villaggio Maori Edizioni capita sul mio blog e mi propone di scrivere un libro su “la mia Siria”. Insomma certi luoghi ti entrano dentro e non ti abbandonano mai… Da quel giorno è cominciato il mio viaggio nel passato, nel presente e nel futuro per raccontare la Siria, attraverso le persone che l’hanno conosciuta prima e dopo il disastro umanitario. Non è stato semplice, e spesso ho pensato di mollare, ma allo stesso tempo mi ha rimesso in pace con me stessa, con il mio dolore. Ha segnato l’inizio di nuove e preziose relazioni, perché in fondo la Siria per me sono le persone che me la ricordano, è l’umanità che resiste nonostante tutto.

Scheda del libro qui:

http://www.villaggiomaori.com/store/Rosanna-Sirignano-La-mia-Siria-p100045194

Bari Porta del Mediterraneo con Aeham Ahmad e Radiodervish

Bari 15 dicembre 2017

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È passato circa un anno dal suo concerto ad Heidelberg (vedi qui: http://cometarossa.org/2016/12/aeham-ahmad/) quando scopro con piacere che suonerà con una delle mie band preferite, i Radiodervish, in occasione della terza edizione del Festival Centro del Mundo.

Io e la mia compagna di viaggio arriviamo un paio d’ore prima l’inizio del concerto, facciamo un giro per il centro, cerchiamo un luogo, ma aspettiamo di incontrare tre persone anziane che chiacchierano in dialetto pugliese per chiedere la direzione giusta. “Guardate ragazze se andate di qui ve lo trovate di fronte”, ci indica uno dei tre. Così con calma, accompagnate dal vento freddo che si insinua nei vicoli giungiamo al mare buio, calmo, e Bari diventa la Porta che divide il grigiore e i rumori di una città mediterranea dai colori e le voci del mercato: il giallo, il rosso e il verde delle spezie, il blu, il viola, il magenta delle stoffe, la musica che accompagna il lavoro dei venditori, le voci di chi si racconta, di chi vende e acquista al miglior prezzo. La Porta che segna il confine tra la mente e il cuore, sempre in comunicazione, perché è una Porta che non si chiude e non si apre. E’ un arco che si erge trionfante, come la Sublime Porta, attraversata da forestieri accolti con un tè alla corte del sultano…

 

Abbiamo riservato un posto in prima fila per il concerto di Aeham Ahmad e Radiodervish, per non perdere neanche un’emozione. Attendiamo impaziente il suo ingresso, entra toccandosi la testa per ringraziare, come per dire ‘ala rasi, l’espressione araba che letteralmente significa “sulla testa” usata come segno di disponibilità e apertura. Le sue mani scivolano sul pianoforte con potenza, mentre immagini della sua Siria distrutta scorrono alle sue spalle. Tra una canzone e l’altra ci racconta della Siria, della Palestina, della difficile condizione di rifugiato. “Io uso la musica come arma contro la guerra. Lo so che non può cambiare niente ma almeno può far aprire la mente, può far incontrare nuovi mondi, persone diverse senza muoversi da casa propria.” Per tutti noi forse essere lì è un po’ come manifestare la nostra solidarietà alla Palestina, alla Siria, a tutti i popoli oppressi, per augurarci libertà e giustizia, frasi ridondanti, che abbiamo sentito mille volte eppure ancora abbiamo bisogno di ribadire. Nabil Bey dei Radiodervish ricorda che il Festival quest’ anno dedicato alle nostre identità fluide, è stato ideato per riflettere. “Chi sono io? Nato in Libano da famiglia palestinese, ma sono anche un po’ italiano o prendete Aeham, ora anche un po’ tedesco.” Ci si augura un’Italia libera dal pregiudizio, curiosa, accogliente, dove la diversità possa essere fonte di arricchimento e non minaccia. Il concerto è un invito a guardarsi dentro per scoprire chi realmente siamo lontani da ogni definizione. È inoltre un invito alla consapevolezza, alla coscienza politica e così si menziona la recente dichiarazione di Trump su Gerusalemme, inaccettabile considerando i delicati equilibri della regione, messi in pericolo da semplici parole. “Tanto a lui che importa” commenta Aeham “lui non vive nel West Bank”. Nabil invita ad un presidio di solidarietà a Bari che si terrà due giorni dopo, poi riprendono le noti delicate di una musica mediterranea senza tempo, che vorrei non finisse mai….

 

Vivere altrove…con la Siria e la Palestina nel cuore

 

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Di Francesco Petronella* e Rosanna Sirignano

Avere a cuore le sorti della Palestina e la Siria, augurarsi libertà e giustizia per entrambi i popoli, informarsi, conoscere, approfondire, aprire gli occhi e resistere alla tentazione di chiuderli è doloroso.

Oltre ogni schieramento ideologico, oltre ogni appartenenza culturale, oltre ogni orientamento politico o religioso, libertà e giustizia sono valori che non accettano compromessi. La sensibilità verso ogni singola realtà in cui queste due pietre preziose dell’esistenza umana vengono messe in pericolo è una spinta spontanea cui non riusciamo a sottrarci.

Tutto questo significa vivere in una condizione di lutto costante, dove il piacere e la gioia hanno poco spazio e non sono mai totali. Questo è il male che affligge tutti i “poveri consapevoli”, o quelli che semplicemente si sforzano di guardare oltre, si preoccupano di qualcosa che va al di là del loro orticello, che non si crogiolano nelle loro beate certezze. Purtroppo tutto ciò ha un prezzo alto, e non si chiede a nessuno di mostrare la stessa solidarietà, né di comprendere, ma almeno di tacere, di lasciarci in pace.

Infatti è doloroso per noi constatare che, anche tra quelli che per attivismo e interesse sono sensibili ai temi legati ad altre zone del mondo, esiste una sorta di “sensibilità a corrente alternata”, una sorta di doppio standard nel valutare e/o supportare una causa o l’altra.

La mobilitazione che in questi giorni ha seguito l’annuncio del riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello stato d’Israele da parte di  Trump è stata commovente. Le manifestazioni in Cisgiordania e a Gaza come pure in Italia, Marocco, Tunisia e altrove hanno dimostrato ancora una volta che aveva ragione Nelson Mandela quando diceva che “la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Anche noi siamo visceralmente convinti che una pace equa e duratura tra Israele e Palestina non sia solo un obiettivo necessario per i due popoli, ma anche la prova generale per un modello di convivenza e di giustizia che riguarderà il mondo intero.

Però, alcuni di noi oggi sono in una situazione diversa. Donne e uomini che la Palestina ce l’hanno nel cuore, che l’occupazione l’hanno vista, che i controlli ai check-point israeliani li hanno fatti, che la Cupola della Roccia l’hanno contemplata nella sua struggente bellezza, che gli sfibranti controlli in aeroporto li hanno subiti. Proprio noi, sì, ci sentiamo un po’ più soli tra quelli che sognano una Palestina libera. Ci sentiamo osservati come se avessimo un bubbone sulla fronte, un segno che ci differenzia dagli altri, una macchia che ci distingue. Quella macchia, che invece noi rivendichiamo con orgoglio si chiama Siria.

Essere al fianco della resistenza palestinese e sostenere la rivoluzione siriana significa essere per lo più soli, soli di fronte a comunisti anti-imperialisti nostalgici dell’Unione Sovietica. Gente che pensa che chiunque si opponga agli Stati Uniti, che pure hanno fatto davvero molto per meritarsi la fama di destabilizzatori ed esportatori fallimentari di democrazia, sia necessariamente foriero di bene, anche se si tratta di un regime sanguinario macchiatosi dei più atroci crimini. Tutti noi, che crediamo in una Siria libera dalla dittatura, dal terrorismo e sosteniamo i siriani che combattono per impadronirsi del proprio destino di autodeterminazione, siamo anche a fianco del popolo palestinese. Proprio per questo, però, non riusciamo a capire perché il contrario non sia così scontato.

Molti di noi, guardando le manifestazioni spontanee organizzate nei giorni dopo l’affaire Gerusalemmeone_revolution_by_abosherkoshamalhawa-d7rgu0e, hanno sicuramente ripensato a quella splendida manifestazione per la Siria libera del 7 ottobre scorso. In quell’ occasione, a Roma, abbiamo gridato con forza che la giustizia e la libertà non sono valori da negoziare e lo abbiamo fatto sventolando bandiere siriane e, ovviamente, palestinesi. Quel giorno, forse, ci sarebbe piaciuto vedere anche tanti di quei volti che in questi giorni hanno riempito le strade per la Palestina.

Siria e Palestina. Due paesi, una volta identificati con l’unica denominazione “Bilad al-Sham”. Due contesti diversi, certo. Ma ancora una volta sottolineiamo che è di giustizia e libertà che si parla, valori universali e non negoziabili. Se a negarli è un regime di occupazione o un regime che assassina brutalmente il suo stesso popolo, per noi non fa alcuna differenza. Inoltre non dimentichiamo i migliaia di rifugiati palestinesi in Siria sono stati brutalmente torturati e uccisi.

Vivere con la Siria e la Palestina nel cuore significa vivere sempre altrove, significa essere immobilizzati continuamente da un senso di impotenza, consapevoli che il nostro esiguo sforzo è una goccia minuscola in un oceano immenso, che non cambierà le cose e che nel mondo ci sono altre realtà simili che di sicuro ignoriamo e, dati i nostri limiti, non possiamo comprendere. Significa vivere con profondo disagio i propri privilegi, i propri agi, significa dover stare in silenzio, soffocare le lacrime, sorridere nonostante le persone sorde e cieche che ci chiedono, talvolta, “chi ve lo fa fare?”

 

Foto da : https://abosherkoshamalhawa.deviantart.com

*Francesco, laureato in Lingue e civiltà Orientali, è apprendista giornalista per il24.it, ha scritto anche per ilsussidiario.net e qcodemagazine.it.