Bari Porta del Mediterraneo con Aeham Ahmad e Radiodervish

Bari 15 dicembre 2017

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È passato circa un anno dal suo concerto ad Heidelberg (vedi qui: http://cometarossa.org/2016/12/aeham-ahmad/) quando scopro con piacere che suonerà con una delle mie band preferite, i Radiodervish, in occasione della terza edizione del Festival Centro del Mundo.

Io e la mia compagna di viaggio arriviamo un paio d’ore prima l’inizio del concerto, facciamo un giro per il centro, cerchiamo un luogo, ma aspettiamo di incontrare tre persone anziane che chiacchierano in dialetto pugliese per chiedere la direzione giusta. “Guardate ragazze se andate di qui ve lo trovate di fronte”, ci indica uno dei tre. Così con calma, accompagnate dal vento freddo che si insinua nei vicoli giungiamo al mare buio, calmo, e Bari diventa la Porta che divide il grigiore e i rumori di una città mediterranea dai colori e le voci del mercato: il giallo, il rosso e il verde delle spezie, il blu, il viola, il magenta delle stoffe, la musica che accompagna il lavoro dei venditori, le voci di chi si racconta, di chi vende e acquista al miglior prezzo. La Porta che segna il confine tra la mente e il cuore, sempre in comunicazione, perché è una Porta che non si chiude e non si apre. E’ un arco che si erge trionfante, come la Sublime Porta, attraversata da forestieri accolti con un tè alla corte del sultano…

 

Abbiamo riservato un posto in prima fila per il concerto di Aeham Ahmad e Radiodervish, per non perdere neanche un’emozione. Attendiamo impaziente il suo ingresso, entra toccandosi la testa per ringraziare, come per dire ‘ala rasi, l’espressione araba che letteralmente significa “sulla testa” usata come segno di disponibilità e apertura. Le sue mani scivolano sul pianoforte con potenza, mentre immagini della sua Siria distrutta scorrono alle sue spalle. Tra una canzone e l’altra ci racconta della Siria, della Palestina, della difficile condizione di rifugiato. “Io uso la musica come arma contro la guerra. Lo so che non può cambiare niente ma almeno può far aprire la mente, può far incontrare nuovi mondi, persone diverse senza muoversi da casa propria.” Per tutti noi forse essere lì è un po’ come manifestare la nostra solidarietà alla Palestina, alla Siria, a tutti i popoli oppressi, per augurarci libertà e giustizia, frasi ridondanti, che abbiamo sentito mille volte eppure ancora abbiamo bisogno di ribadire. Nabil Bey dei Radiodervish ricorda che il Festival quest’ anno dedicato alle nostre identità fluide, è stato ideato per riflettere. “Chi sono io? Nato in Libano da famiglia palestinese, ma sono anche un po’ italiano o prendete Aeham, ora anche un po’ tedesco.” Ci si augura un’Italia libera dal pregiudizio, curiosa, accogliente, dove la diversità possa essere fonte di arricchimento e non minaccia. Il concerto è un invito a guardarsi dentro per scoprire chi realmente siamo lontani da ogni definizione. È inoltre un invito alla consapevolezza, alla coscienza politica e così si menziona la recente dichiarazione di Trump su Gerusalemme, inaccettabile considerando i delicati equilibri della regione, messi in pericolo da semplici parole. “Tanto a lui che importa” commenta Aeham “lui non vive nel West Bank”. Nabil invita ad un presidio di solidarietà a Bari che si terrà due giorni dopo, poi riprendono le noti delicate di una musica mediterranea senza tempo, che vorrei non finisse mai….

 

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Vivere altrove…con la Siria e la Palestina nel cuore

 

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Di Francesco Petronella* e Rosanna Sirignano

Avere a cuore le sorti della Palestina e la Siria, augurarsi libertà e giustizia per entrambi i popoli, informarsi, conoscere, approfondire, aprire gli occhi e resistere alla tentazione di chiuderli è doloroso.

Oltre ogni schieramento ideologico, oltre ogni appartenenza culturale, oltre ogni orientamento politico o religioso, libertà e giustizia sono valori che non accettano compromessi. La sensibilità verso ogni singola realtà in cui queste due pietre preziose dell’esistenza umana vengono messe in pericolo è una spinta spontanea cui non riusciamo a sottrarci.

Tutto questo significa vivere in una condizione di lutto costante, dove il piacere e la gioia hanno poco spazio e non sono mai totali. Questo è il male che affligge tutti i “poveri consapevoli”, o quelli che semplicemente si sforzano di guardare oltre, si preoccupano di qualcosa che va al di là del loro orticello, che non si crogiolano nelle loro beate certezze. Purtroppo tutto ciò ha un prezzo alto, e non si chiede a nessuno di mostrare la stessa solidarietà, né di comprendere, ma almeno di tacere, di lasciarci in pace.

Infatti è doloroso per noi constatare che, anche tra quelli che per attivismo e interesse sono sensibili ai temi legati ad altre zone del mondo, esiste una sorta di “sensibilità a corrente alternata”, una sorta di doppio standard nel valutare e/o supportare una causa o l’altra.

La mobilitazione che in questi giorni ha seguito l’annuncio del riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello stato d’Israele da parte di  Trump è stata commovente. Le manifestazioni in Cisgiordania e a Gaza come pure in Italia, Marocco, Tunisia e altrove hanno dimostrato ancora una volta che aveva ragione Nelson Mandela quando diceva che “la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Anche noi siamo visceralmente convinti che una pace equa e duratura tra Israele e Palestina non sia solo un obiettivo necessario per i due popoli, ma anche la prova generale per un modello di convivenza e di giustizia che riguarderà il mondo intero.

Però, alcuni di noi oggi sono in una situazione diversa. Donne e uomini che la Palestina ce l’hanno nel cuore, che l’occupazione l’hanno vista, che i controlli ai check-point israeliani li hanno fatti, che la Cupola della Roccia l’hanno contemplata nella sua struggente bellezza, che gli sfibranti controlli in aeroporto li hanno subiti. Proprio noi, sì, ci sentiamo un po’ più soli tra quelli che sognano una Palestina libera. Ci sentiamo osservati come se avessimo un bubbone sulla fronte, un segno che ci differenzia dagli altri, una macchia che ci distingue. Quella macchia, che invece noi rivendichiamo con orgoglio si chiama Siria.

Essere al fianco della resistenza palestinese e sostenere la rivoluzione siriana significa essere per lo più soli, soli di fronte a comunisti anti-imperialisti nostalgici dell’Unione Sovietica. Gente che pensa che chiunque si opponga agli Stati Uniti, che pure hanno fatto davvero molto per meritarsi la fama di destabilizzatori ed esportatori fallimentari di democrazia, sia necessariamente foriero di bene, anche se si tratta di un regime sanguinario macchiatosi dei più atroci crimini. Tutti noi, che crediamo in una Siria libera dalla dittatura, dal terrorismo e sosteniamo i siriani che combattono per impadronirsi del proprio destino di autodeterminazione, siamo anche a fianco del popolo palestinese. Proprio per questo, però, non riusciamo a capire perché il contrario non sia così scontato.

Molti di noi, guardando le manifestazioni spontanee organizzate nei giorni dopo l’affaire Gerusalemmeone_revolution_by_abosherkoshamalhawa-d7rgu0e, hanno sicuramente ripensato a quella splendida manifestazione per la Siria libera del 7 ottobre scorso. In quell’ occasione, a Roma, abbiamo gridato con forza che la giustizia e la libertà non sono valori da negoziare e lo abbiamo fatto sventolando bandiere siriane e, ovviamente, palestinesi. Quel giorno, forse, ci sarebbe piaciuto vedere anche tanti di quei volti che in questi giorni hanno riempito le strade per la Palestina.

Siria e Palestina. Due paesi, una volta identificati con l’unica denominazione “Bilad al-Sham”. Due contesti diversi, certo. Ma ancora una volta sottolineiamo che è di giustizia e libertà che si parla, valori universali e non negoziabili. Se a negarli è un regime di occupazione o un regime che assassina brutalmente il suo stesso popolo, per noi non fa alcuna differenza. Inoltre non dimentichiamo i migliaia di rifugiati palestinesi in Siria sono stati brutalmente torturati e uccisi.

Vivere con la Siria e la Palestina nel cuore significa vivere sempre altrove, significa essere immobilizzati continuamente da un senso di impotenza, consapevoli che il nostro esiguo sforzo è una goccia minuscola in un oceano immenso, che non cambierà le cose e che nel mondo ci sono altre realtà simili che di sicuro ignoriamo e, dati i nostri limiti, non possiamo comprendere. Significa vivere con profondo disagio i propri privilegi, i propri agi, significa dover stare in silenzio, soffocare le lacrime, sorridere nonostante le persone sorde e cieche che ci chiedono, talvolta, “chi ve lo fa fare?”

 

Foto da : https://abosherkoshamalhawa.deviantart.com

*Francesco, laureato in Lingue e civiltà Orientali, è apprendista giornalista per il24.it, ha scritto anche per ilsussidiario.net e qcodemagazine.it.

 

“Siria, tra realtà e propaganda”, la Napoli che non dimentica.

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Venerdì 27 ottobre si è svolta a Napoli, presso la sede della Federazione Universitaria Cattolici Italiani (FUCI) la conferenza “Siria, tra realtà e propaganda” organizzata dal Dott. Sami Haddad in collaborazione con Città della gioia, ONLUS.  Milena Annunziata (FUCI) e Gabriella Butera (Città della gioia) salutano il pubblico e gli ospiti ricordando di come i siriani, che nel 2011, sono scesi in piazza pacificamente ci hanno ricordato della rivoluzione culturale, di cui tutti avremmo bisogno in un mondo dove la democrazia va sgretolandosi. La conferenza si apre con la giovane laureata in Relazioni Culturali e sociali nel Mediterraneo, Marianna Barberio, che in modo chiaro e conciso delinea la storia degli Assad dal colpo di stato del 1971 a oggi, ponendo particolare enfasi sul controllo serrato sulla stampa, usata dal regime come maggiore strumento di propaganda. Il dott. Sami Haddad, docente di arabo siriano, in Italia dal 1976, in continuità con la relazione precedente ripercorre la tappe fondamentali della rivoluzione trasformatasi poi nella guerra tra potenze mondiali, che sta dilaniando la Siria da sette lunghi anni. “Negli anni della scuola sognavamo una città ideale fatta di scambio di conoscenza, democrazia, apertura, invece in Siria è stato fondato lo Stato del terrore, basato sulla repressione sistematica di ogni forma di dissenso.” Segue l’intervento del giovane laureato Marco De Falco, che ha dedicato le sue tesi di triennale e magistrale alla Siria. Con grande chiarezza delinea la situazione geopolitica del paese, facendo luce sulla complicata rete di interessi economici e politici delle potenze internazionali come Russia, Iran, Stati Uniti sulla regione. Si accenna anche alla tanto dibattuta questione del Kurdistan e in questa matassa difficile da sbrogliare sembra non essere facile schierarsi. Segue l’intervento di Giuseppe Reccia che ci parla dello scrittore Abdallah Maksur, scrittore siriano emigrato in Belgio, autore del primo romanzo-reportage dedicato alla rivoluzione. Conclude l’architetto e docente di arabo Alma Salem: “I monumenti senza le persone non contano nulla. Che senso ha piangere per palazzi storici, reperti archeologici e monumenti distrutti senza ricordare le persone che li hanno costruiti, il popolo che ha costruito la storia e la cultura del paese? Si parla di Patrimonio culturale dell’umanità, ma questa umanità agli occhi di molti è invisibile.” Forse la parte giusta è proprio l’umanità che resiste in Siria, nonostante tutto: i volontari dei Caschi Bianchi, ad esempio, che si recano nelle zone bombardate per recuperare corpi, pur sapendo che potrebbero essere bombardati di nuovo. Tutte le persone che per amore di un’idea, per la speranza di un cambiamento, per il bene comune sono stati rapiti, torturati e brutalmente uccisi. Oggi sembra svanire la speranza di un futuro radioso per la Siria, vergognosamente e ingiustamente dimenticata da molti.  A Napoli invece ci siamo seduti per ricordare, per riflettere e per comprendere. La bandiera della rivoluzione appesa al tavolo dei relatori, con la scritta “Siria Libera” sembra già un cimelio, un ricordo di una rivoluzione voluta da gruppi di diversi orientamenti politici, diverse visioni del mondo, ma con scopi comuni : la creazione di uno spazio democratico, dove si possa dare voce alle diverse componenti della società siriana, uno società equa e libera. Quella bandiera, dunque, non rappresenta una fazione, piuttosto che un’altra, rappresenta la società civile siriana, con cui purtroppo l’opinione pubblica non ha solidarizzato.

Dov’è la tua casa, Nouruz?*

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“La mia casa è tra gli ulivi. Avevamo un grande giardino. C’erano sette grandi alberi di ulivo.

Ero un bambino, avevo 6 o 7 anni. E talvolta raccoglievo le olive con le mie piccole mani.

Quando avevo 13 anni, mi sedevo spesso tra gli ulivi e pensavo. Per esempio mi chiedevo: dove è Dio, perché non lo vedo? O perché non sono in grado di parlare con gli uccelli?

Direi che quel luogo, tra gli ulivi, è l’unica casa che ho conosciuto fino ad ora.
Ho ricordi molto intensi della mia infanzia trascorsa tra questi alberi. Penso che i miei genitori attraverso l’uliveto hanno educato il mio cuore. Li penso, mentre si prendevano cura di quegli alberi

Ora capisco che nella natura si ritrova quanto di più pacifico il mondo possa offrire “.

 

Nouruz da Qamişlo, Rojava (Kurdistan siriano), studia Etnologia e Storia in Germania, dove è arrivato nel 2013.

 

*Tradotto e adattato dal tedesco:

https://insani2017.wordpress.com/2017/09/23/wo-hast-fuehlst-du-dich-am-meisten-zuhause-nouruz/

 

Ramadan mubarak a tutti!

Che possa essere per tutti voi, a prescindere dalle vostre credenze, un mese speciale. Vi auguro di prendervi cura di voi stessi in un modo nuovo, di tagliare i fili, sciogliere i nodi, spezzare le catene, insomma di liberarvi da ciò che vi impedisce di volare alto. Solo così risplenderete della vostra luce, che si irradierà e illuminerà le strade che percorrerete e riempirà la vostra vita e quella delle persone che vi circondano di un’energia nuova. Vi auguro di trovare la forza di non rinunciare ai vostri desideri più profondi, di lottare per quello in cui credete, di concedervi momenti di debolezza e sconfitta, per ricordare di essere umani. Accogliete i preziosi doni che questo mese vi elargirà senza opporre resistenza al cambiamento, dimenticando la paura, abbandonandovi alla tenerezza e alla generosità che sentirete fluttuare nell’aria nei prossimi giorni. Ramadan Kariim a tutti!

Bab El Shams Hotel Dubai, UAE.

Buon compleanno Razan

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“Razan si è rifiutata di fuggire. Per lei era importantissimo che la storia registrasse la verità della rivoluzione, e per questo doveva rimanere in Siria. Ciò a cui ha aderito è la libertà – libertà dall’oppressione e libertà dalla paura.” così Rana, sorella di Razan Zaitouneh, di cui oggi 29 aprile, celebriamo il compleanno. Il 9 dicembre 2013 insieme al marito Wael Hammadeh, Samira Khalil e Nazem Hammadi è stata sequestrata da gruppi jihadisti a Ghuta, nella periferia di Damasco. * E Ghuta ritorna nei racconti di Yunis, un farmacista di Damasco, che incontro insieme all’amico Yassin, commerciante di Aleppo, in un caffè in una piccola città a nord della Germania. Yunis ha lavorato per tre anni nel Free Syrian Army come assistente medico, pur non avendo alcuna competenza. Nell’agosto del 2013 aveva prestato soccorso alle persone ferite durante l’attacco chimico di Ghuta e sui responsabili della tragedia non ha dubbi: il regime di Bashar e i suoi alleati. Prova rabbia, perchè ha sentito dire che ci sono persone in Europa che vogliono far credere che l’attacco non abbia mai avuto luogo. “Io le facce di tutte quelle persone morte atrocemente le ricordo una per una.” Mi racconta di aver imparato ad effettuare diverse operazioni chirurgiche in pochissimo tempo, con qualsiasi strumento a disposizione, spesso avendo a disposizione solo la luce dello smartphone. Ma tentare di salvare delle vite umane in Siria è un crimine: due volte, per un periodo di tempo che non ricorda esattamente, forse due o tre mesi, Yunis è stato rinchiuso nelle prigioni di Mezzeh, in una cella con un altro centinaio di persone, dove riuscivano solo abbassarsi ed alzarsi per consentire al corpo di fare un po’ di movimento. A questo punto mi ricordo di Razan e del suo compleanno: ” questo mi insegnate voi oggi, gli dico, il coraggio di lottare per la libertà”. Gli occhi di Yunis e dell’amico Yassin si inumidiscono, entrambi annuiscono e uno di loro dice: “Ora però è finita. Abbiamo perso. La rivoluzione non c’è più.” Si cambia argomento, abbiamo bisogno di prendere una pausa dal dolore, così gli racconto della mia Siria, di come sono diventata musulmana, di quanto era bella e generosa la gente di Damasco. Mi confessano che tornerebbero in Siria il prima possibile se potessero. Yassin lì aveva un negozio di abbigliamento e “qui in Germania – dice ridendo – faccio più o meno lo stesso lavoro. Sono volontario presso la Croce Rossa, dove seleziono vestiario da donare ai rifugiati.” Facciamo una breve passeggiata e al momento del congedo Yunis mi dice: “da oggi hai due nuovi familiari, due fratelli, quindi qualsiasi cosa chiamaci, ahlan wa sahlan”. Ecco, oltre al coraggio la Siria oggi mi ricorda l’umanità, mi conferma, che nonostante tutto, questo mondo ha ancora tanta bellezza da offrire.

*https://it.gariwo.net/giusti/coraggio-civile/un-altro-anno-senza-razan-zaitouneh-15003.html

Un minuto di silenzio per la Siria

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Ho letto e sentito tanti commenti sulla Siria in questi giorni. Analisi geopolitiche, articoli di approfondimento, opinioni sensate. Ho seguito quel tifo insensato. Ho cercato di capire, di dare un senso a fatti dai contorni troppo sfumati. Mi ha fatto impressione vedere come oggi possiamo scegliere la nostra verità in base a presunte convinzioni politiche, spacciandola per assoluta.

Poi, questa mattina, ho ottenuto un’intervista con un siriano di cui preferisco non riportare il nome. Vive a Damasco ed è originario di Aleppo. Si è raccomandato di chiamarlo su whatsapp, non al cellulare. Una chiamata ricevuta da un numero israeliano gli causerebbe problemi. Abbiamo discusso di Siria e quei famosi nomi – Trump, Assad, Ribelli, Putin, Hezbollah e chi più ne ha più ne metta – non sono mai stati pronunciati. E io sono stata costretta a cambiare la mia scaletta.

L’uomo ha scelto di descrivermi quello che aveva intorno. C’è una società che era giovane ma che non lo è più, oggi fatta di anziani, come i suoi vicini. Non vogliono andar via, che hanno da perdere. I ragazzi invece sono partiti ma non si sa dove siano. I bambini rimangono e necessitano tutti di un sostegno psicologico prima ancora di imparare a parlare. Se cade un piatto, hanno paura si tratti di un colpo di mortaio e scappano. Non piangono.

La sensazione è quella di essere in prigione. Di non potersi muovere. A Damasco, quella che era la capitale di uno stato oggi inesistente, la situazione non è drammatica come ad Aleppo. La vita va avanti. Attentati, sì, ma non bombardamenti a tappeto, soldati, eserciti, bus verdi, schieramenti, jihadisti, sfollati. Puoi andare al supermercato a far la spesa.

Però, se vivi a Damasco, il senso di colpa non ti abbandona mai. Quella sensazione di essere strangolato. Quell’imbarazzo di dover sempre far appello agli aiuti umanitari per poter campare. Quel voler ritrovare la tua dignità. Non lavori, chiedi il pane, sopravvivi. Quella paura che si insinua appena esci sul pianerottolo. Sapere di essere comunque più fortunato dei rifugiati che la città accoglie, tutte quelle persone dal dialetto bizzarro che arrivano dal Nord e dall’Est. Arrivano in cerca di ospedali, mi dice. Tutti i malati vengono a Damasco per curarsi, ma spesso non possono permetterselo. E allora bisogna, di nuovo, chiedere aiuto a qualcuno. E ti senti uno zerbino.

Conclude così: « qui siamo esausti. Stufi di subire la guerra degli altri ».

Stiamo zitti. Oggi non voglio leggere altri commenti sulla Siria.

Arianna Poletti