Siria, la casa del cuore

Di Linda Covato

Particolare di un suq ad Aleppo

Ma-smuki? /Ismi Linda. /Ah, Linda! Linda Ism 3arabi. Enti sadika. Enti mitla-na.

(come ti chiami? /Linda/Ah, Linda! Linda è un nome arabo. Sei un’amica, sei come noi!)

Un giorno sul taxi, tornando all’università: Enti min…./Min Italiya./Enti italiyya! al- italiyyin ka-l suriyyin!… ma b-3arif as-sabab./Mumkin li-l bahr mutawassit/Ee!!! kullu-na min al-bahr mutawassit!!!

(Vieni da…/dall’italia./Sei italiana! Italiani e siriani sono uguali….anche se non saprei il perché /forse per il Mediterraneo/Sì!!! tutti noi veniamo dal Mediterraneo!)

La mia Siria è bayt qalbi. O Galbi. O Kalbi. A seconda di dove vado. La mia casa del cuore.

Qualcosa che è capace di dare vita, anche solo con il ricordo di un odore, un sapore, una musica, un immagine, a un sorriso, un racconto, una lacrima.

Vinsi una borsa di studio nel 2008 per frequentare un semestre ad Aleppo, tramite la facoltà di Studi Orientali della Sapienza di Roma. Sarebbe stato un viaggio per me fondamentale. Ha gettato le basi della Linda che sono oggi.

Linda a scuola in Siria nel 2008

La mia Siria è una terra di contraddizioni. Di corruzione nascosta in piena vista. Dove due università si accordano per una borsa di studio ma quando arriviamo ad Aleppo, accolte (eravamo in due) da due squisiti professori del dipartimento di lingue straniere dell’università, raggiungiamo la Dar ad-diyafa (casa dell’ospitalità, una sorta di studentato) dove è previsto che alloggiamo. E ops nessuno sa che dovevamo arrivare. Però, magia, accordandoci per un affictto mensile più alto, ecco comparire due stanze tutte per noi.

È la stessa Siria dove per avere il visto di uscita, passi ore al ministero degli affari esteri, passando da un petit général a un grand géneral, di stanza in stanza, di piano in piano, come in un quadro di Escher. Ore per avere due timbri, e sentirsi porre per decine di volte le stesse domande. E alla fine notare che tu e la tua compagna di università, arrivate in Siria lo stesso identico giorno, con lo stesso volo, avete due visti di uscita diversi.

Poi, però, pensi che in fondo in Italia, non è così diverso a volta. Le dinamiche sono le stesse, solo, magari, più discrete, più politically correct.

La mia Siria è Dar ad-diyafa, oggi rasa al suolo, all’università di Aleppo, dove ho conosciuto amici meravigliosi, con i quali sono ancora in contatto, dal 2008.

La mia Siria è l’Alto Istituto di Lingue, dove ho veramente imparato l’arabo, arrivando con solo qualche nozione di grammatica, dal nostro libro universitario, che è un libro del 1932 e spiega l’arabo come fosse una lingua morta. Ma le professoresse non hanno perso la fiducia in me, e sono arrivata a un parlato e uno scritto che mi ha stupito.

La mia Siria è Seif ad-Dawla, quartiere di Aleppo, oggi distrutto dove facevamo maxi cene con gli amici sudanesi.

La mia Siria è senza dubbio il cibo: il foul di Jdeide (si fanno scommesse degne di man versus food, su quante ciotole si riescono a mangiare), i succhi di frutta naturali, essere invitati a pranzo dalla prof e avere davanti una distesa del migliore cibo siriano, è passeggiare per il suq di Aleppo e fare shopping mentre i negozianti ti offrono tazze di te, o meglio ancora zuhrat.

Poi c’è l’ospitalità. Così grande che all’inizio non la credevo vera. Pensavo ci fosse qualcosa sotto. Mi sbagliavo. In Siria puoi entrare in un khan per comprare stoffa ed essere invitato a cena col tuo gruppo di amici, con kebab e musica. Puoi partire con i tuoi amici per cinque giorni alla scoperta dei villaggi cristiani intorno a Damasco ed essere invitati a dormire in casa di una famiglia.

Linda durante una gita in Siria nel 2008

C’è la tensione degli estremi. Potevi essere arrestato perché viaggiavi con un camper con antenna satellitare.

Allo stesso tempo, pur essendo un paese a maggioranza musulmana, le festività cristiane erano rispettate. Così in primavera ogni tanto scoprivo che non ci sarebbe stata lezione, perché era Pasqua. Ma come, non era Pasqua il mese scorso? Quella era la Pasqua siriaca. Questa è la Pasqua cattolica. Poi ci sarà quella ortodossa.

C’era la possibilità di trasformare ogni occasione in una festa, in un momento di condivisione. Allo stesso tempo, c’era censura dell’informazione. Quando arrivai a febbraio 2008, una decina di giorni dopo il mio arrivo, mi chiamò mia madre preoccupata “tutto bene?” “sì, perché?” “c’è stata una bomba a Damasco!” prendo il telecomando della sala comune, passo in rassegna tutti i canali e nulla. Questa notizia non apparirà mai.

Verso fine aprile con i miei compagni di corso e gli amici sudanesi organizziamo una gita a Qala’at Al-Jabr di Assad. Gli amici sudanesi ci dicono che non sarebbero potuti venire, perché c’era una festività importante in quei giorni e non potevano mancare.

Non era vero. O meglio la festività c’era. Ma loro non potevano dire in pubblico che sarebbero venuti in gita con noi, invece di rimanere in casa. Gli studenti sudanesi non erano visti di buon occhio, e ogni tanto i loro movimenti finivano nell’occhio del mirino. La nostra gita insieme l’abbiamo fatta. Uno dei luoghi più magici mai visti.

Linda durante una gita con i suoi compagni di classe in Siria nel 2008

La mia Siria è il tempo scandito dal mu’ezzin e dalle preghiere. É il rispetto del tempo per pregare.

È anche vivere le giornate come una barzelletta. Come quando andammo a Deir iz-zor con due amici, una ragazza franco-algerina, aveva doppio passaporto, e un ragazzo americano, anche lui doppio passaporto, americano e saudita. Loro entrambi musulmani. Quando arriviamo in stazione, tutti vengono fatti scendere dal pullman, tranne noi tre. E così come una barzelletta “l’americano e la francese devono andare al comando di polizia”. “E l’italiana?” “Vieni anche tu, dai”. E così ci ritroviamo a chiacchierare con tre poliziotti divertiti dal fatto che fossimo un americano, una francese e un’italiana, ma tutti avessimo nomi arabi.

Per me la Siria è meravigliarmi. La meraviglia del deserto dispiegato sotto Deir Mar-Mousa, per assistere alla messa di Pasqua con Padre Paolo Dall’Oglio e poi partecipare alle danze e ai festeggiamenti della Pasqua e pensare, che è così che dovrebbe essere la Pasqua ovunque, che dalle nostre parti, non ci abbiamo capito granché, forse.

La Meraviglia di Qala’at Salah-ed-din, e di Qala’at al-Jabr, del gelido e cristallino lago di Assad.

La Siria ti entra nel cuore, e nella testa, per restarci, al punto che ogni immagine di guerra, ogni notizia di spari e bombe, arriva dritta al cuore e affonda gli artigli.

*Linda Covato ha generosamente donato questo suo ricordo a La mia Siria. L’articolo è pubblicato oggi 15 marzo 2021 a 10 anni dall’inizio della rivoluzione siriana. Onore alle vitttime vive o morte di questa immensa tragedia umana. Onore ad ogni lacrima versata per questo dolore senza fine. Onore e gratitudine all’umanità che resiste sempre e comunque.

Perchè studio l’arabo? Le risposte di Claudia Raudha Tröbinger

Sfogliare le pagine del libro di Claudia Raudha Tröbinger è come sfogliare di nascosto il diario segreto di tua sorella o della tua migliore amica e sorridere un po’ più del solito quando qualcosa risuona. Il libro Perché studio l’arabo? è intriso di rispetto già dalla sua forma: il formato a calendario a muro, come spiega l’autrice, permette una lettura parallela delle due lingue senza tradimenti, perché Claudia Raudha con l’arabo ha un rapporto di parità. Ogni pagina in arabo e in italiano racconta di uno studio attento, paziente e soprattutto accompagnato da guide qualificate. Il libro comincia con pagine di dediche a tutti coloro che hanno affiancato l’autrice nel percorso di apprendimento di questa straordinaria lingua. Dalla maestra delle elementari alle amiche e familiari, Claudia Raudha riconosce in ogni essere vivente che ha incrociato sul suo cammino una maestro per la sua crescita. Anche le esperienze, le citazioni sono incorniciate da un profondo sentimento di gratitudine. Attraverso queste pagine Claudia Raudha racconta di un percorso di studio tortuoso, di gioie e di sconfitte, di soddisfazioni e delusioni. Tenacia e pazienza l’attraversano e rendono viva la fiamma della passione per una cultura e una lingua che come succede quando ci innamoriamo sono le più belle del mondo. “Come l’arabo nessuno mai,” sembra leggere in ogni pagina. Claudia Raudha racconta di una storia di fedeltà: non ha infatti tradito l’arabo imparando a leggere da maldestre trascrizioni in caratteri latini, non lo ha tradito pensando di poterlo studiare senza il consiglio saggio di un maestro, non lo ha tradito usandolo come medaglia o per vantarsi. Le risposte alla domanda “perché studio l’arabo?” giungono a pagina 107, perché l’autrice immersa nello spirito della lingua araba invita il lettore ad uno sforzo di pazienza, di dolce attesa, di lentezza con distacco dal risultato.

Il libro di Claudia Raudha Tröbinger

“La imparo per dimenticarla e rimpararla, dimenticarla ancora, impararla di nuovo e così via finché il dimenticarla non mi sarà più possibile.”  Questa è una delle risposte, una di quelle pagine in cui ho detto “ecco questa avrei potuta scriverla io”. Il cammino dello studio della lingua araba è iniziato per me 13 anni fa, non è finito, perché oggi la responsabilità dell’insegnamento mi impone preparazione e diligenza. Non è finito perché non potrei vivere senza, non è finito perché è il miglior allenamento all’umiltà e alla pazienza che ho trovato in questa vita. Lo studio dell’arabo è un viaggio dell’anima alla scoperta di noi stessi dentro e fuori i confini che immaginiamo. Con l’autrice Claudia Raudha le risonanze sono molte, prima di tutto la Siria e altri luoghi del cuore. Anche lei conosce diverse lingue, in particolare il tedesco con cui è cresciuta essendo sudtirolese, eppure trova nell’arabo qualcosa di speciale che spiega bene nella spontaneità di questo libro-diario che custodisco come una gemma preziosa.

L’Islam ha bisogno del femminismo?

Lady Oscar, una donna cresciuta da suo padre come un maschio, era il mio personaggio animato preferito da bambina. Con lei sono cresciuta nel bene e nel male attraversando la Francia del diciottesimo secolo prossima alla Rivoluzione francese.  E’ una serie che ho visto in diverse fasi della mia vita e che ho apprezzato nella sua versione originale: il manga di Riyoko Ikeda, un’opera d’arte, un capolavoro che occupa quasi il posto di un’enciclopedia tra i libri sparsi nel mio salotto.  Nel racconto originale Oscar accetta ben volentieri il destino cucito per lei dal padre, attendendo con ansia il giorno della presa di servizio come guardia reale. Con il passare degli anni suo padre si accorge di aver spinto la figlia verso situazioni molto pericolose, e di aver probabilmente commesso un errore ad averla educata in quel modo. In un cruciale dialogo fra i due Oscar chiede a suo padre:

– “Padre, rispondetemi! Se mi aveste cresciuto come una normale fanciulla , mi avreste dato in sposa contro la mia volontà, una volta che avessi compiuto i quindici anni, come le mie sorelle? […] Mi avreste insegnato a suonare elegantemente il clavicembalo, a cantare le arie? Avrei partecipato a ricevimenti ogni notte, sotto il peso di vesti fruscianti, tra risate e chiacchiericci? […] Avrei sfoggiato sete e velluti, nei posticci, fragranze alla rosa, scatole di belletti a motivi arabescati, ciprie soffocanti?! Rispondetemi!

– Sì, è proprio così, è questo ciò che sarebbe accaduto in quel caso.

– Allora vi ringrazio padre…Vi ringrazio di avermi concesso di vivere in questo modo. Pur essendo donna ho avuto modo di osservare il mondo, di vivere come una persona, di lottare per farmi strada tra la folli adegli esseri umani.”

Ikeda, Riyoko 1972-73 (ed. italiana 2020), Le rose di Versailles, vol. 4, pp. 81-84.

Oscar François De Jarjayes si accorge di vivere in un sistema che imprigiona uomini e donne in comportamenti ben precisi, che spesso diventano gabbie asfissianti. Si rende conto che la parte maschile del mondo gode di privilegi sconosciuti alla parte femminile, e sceglie di continuare ad assolvere il suo dovere e di seguire le sue inclinazioni.  È quello che accade a molte donne quando aprono e gli occhi e scoprono di essere state i burattini dei loro padri, i giocattoli dei loro mariti, le prede di uomini voraci, le vittime di giochi potere che le hanno asservite e ridotte ad oggetto. Un passo avanti lo si muove anche quando si guarda un po’ più in là nel mondo dei maschi e si vedono altrettante persone in catene, costrette a comportarsi come conviene, come è giusto che sia, senza farsi troppe domande. E ancora si vedono donne che accettano e anzi collaborano ai continui abusi di potere a cui sono sottoposte, per comodità, per incoscienza, per mancanza di mezzi per trasformarsi.  Il principio del cosiddetto ‘femminismo’ si nasconde proprio tra le pieghe di un’esistenza ai margini, di diritti negati, di bocche chiuse, violenze e soprusi. Lo spettro del patriarcato, un sistema di potere basato su una visione gerarchica delle relazioni, avvelena i corpi e li costringe a muoversi contro la loro volontà. Dimenticando per un attimo il genere maschile e femminile, si può affermare che tutte le volte in cui cede al desiderio di sopraffare l’altro, di piegarlo alla propria volontà, di approfittare dei privilegi per nutrire il proprio egoismo, si sta cedendo alla logica che sta alla base del patriarcato, di cui le femministe cercano di disfarsi. In diverse parti del mondo, con svariate modalità da secoli le donne lottano per affermare i propri diritti, per assicurarsi dignità, spazio, vita e respiro. Cercano di riaffermare se stesse per nutrire le relazioni di giustizia e uguaglianza, per garantire un’esistenza migliore. Tra queste ci sono anche le femministe islamiche o femministe musulmane: i due termini sono usati a volte in modo intercambiabile, a volte per sottolineare delle differenze di metodo e di visione. Ma può l’Islam essere compatibile con il femminismo? Può l’Islam essere foriero di principi di uguaglianza di genere? Si possono interpretare le fonti islamiche secondo un’ottica di genere? Se sì, chi può farlo? Le domande sono innumerevoli, la mia invece qui è una sola: l’Islam ha bisogno del femminismo?Per tentare di rispondere è necessario condividere una definizione di Islam.

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L’Islam è tante cose insieme, ma soprattutto e prima di ogni cosa l’Islam è una fede. Nelle parole della grande studiosa Eva Vitray-Meyerovitch alla domanda

“si potrebbe rispondere con una parola sola: la preghiera, purché la si intenda in quanto designa, al di là degli atti cultuali, l’impegno dell’uomo nella sua totalità. Ed è proprio questo il significato del termine islām, che deriva dal verbo aslama: “consegnarsi, abbandonarsi (a Dio).”

Vitray, Eva Meyetrovitch 2008. La preghiera islamica, p. 8.

Da questo abbandono, o movimento del cuore che si lascia andare al mistero, derivano una serie di pratiche che hanno lo scopo di mantenere la fede viva e di aumentare la consapevolezza della presenza di Dio. L’islam per esistere ha bisogno di essere umani che lo incarnano, che lo tramutano in esperienza per darne testimonianza. Da islamologa e musulmana ho il privilegio di unire nella mia persona diversi aspetti dell’Islam che è nel mio vissuto un percorso spirituale che cambia lo sguardo e affina le facoltà percettive dell’individuo, che riesce a penetrare la realtà intorno a sé in modo sempre più profondo. L’Islam è una strada verso la consapevolezza di sé e del mondo, è la cornice entro la quale io e tanti altri compagni di fede, hanno raggiunto la maturità. Attraverso i rituali islamici si sviluppa una maggiore sensibilità verso la sofferenza che ci circonda,  si impara a guardare l’altro con gli occhi della misericordia. La ricerca della giustizia e dell’armonia occupano tutto il tempo, si prega per se stessi e per gli altri, si desidera il bene per tutte le creature, si tende ad amare l’altro incondizionatamente, lottando ogni giorno per migliorarsi e superare gli ostacoli posti dalle numerose debolezze ed emozioni distruttive. Il mio vissuto da musulmana, come quello di tutti gli altri, si intreccia naturalmente con altre sfere dell’esistenza, ma soprattutto si incrocia con altre traiettorie biografiche. Le idee rivoluzionarie cominciano a farsi spazio nella mente di Lady Oscar solo quando incontra i poveri per le strade di Parigi, quando si rende conto della profonda ingiustizia e sofferenza in cui era immersa. Lentamente cambia la sua visione fino a spingerla  all’azione: abbandonando le fila delle guardie reali e unendosi all’esercito francese, che in seguito assalterà la Bastiglia in quel memorabile 14 luglio, Oscar si assume la piena responsabilità dell’esistenza, interagisce con la realtà, scegliendo consapevolmente ciò che è giusto. Analogamente quando io stessa ho incontrato la sofferenza di diverse donne ho iniziato a riflettere anche sulla mia, e quando ho ascoltato le testimonianze di persone buttate con la forza fuori di casa per aver amato una persona dello stesso sesso, ho compreso che oggi il femminismo non riguarda solo le donne, ma si estende a tutte le persone emarginate, disprezzate e declassate. Oggi si parla sempre più di femminismo intersezionale, perché si è ormai coscienti della realtà della dolorosa realtà dei fatti: le esperienze di discriminazione, disprezzo e marginalizzazione sociale sono il risultato di una serie di fattori che si intrecciano. Essere donna, lesbica, musulmana e nera ad esempio comporta una serie di complicazioni che si concretizzano in diversi tipi di fobie. E così si affaccia un’altra importante domanda: riesce l’Islam a rispondere alle richieste della comunità LGBTQIA+? In altri termini considerare peccato ogni comportamento sessuale al di fuori del matrimonio e al di fuori del paradigma che chiamiamo etero, mi impedisce di accogliere, ascoltare, accettare e amare? No, perché sono musulmana, e ogni giorno recito diverse volte parti di un Libro che all’inizio di ogni capitolo, chiamato sūra, pone un preciso imperativo, quello della misericordia assoluta.

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Ogni capitolo del Corano inizia infatti con la formula “nel nome di Dio, il Clemente e il Misericordioso” che funge da chiave di lettura e da condizione fondamentale per accostarsi alla comprensione del testo. I movimenti della preghiera canonica  compiuta cinque volte giorno prevedono una prostrazione che rimpicciolisce il corpo, e ci fa sentire minuscoli. In questa posizione chiamata suǧūd, ci si allena all’umiltà: come si piega il corpo e così si piega il cuore, che continua a non capire e a non trovare tutte le risposte di fronte alla Maestà divina. L’umiltà è messa all’opera quando si resiste al tentativo di giudicare chi è altro da me, il mio prossimo, colui a cui Dio ha dato una vita diversa dalla mia, con circostanze, persone, esperienze che io non conosco e poco posso capire. Credere nell’Assoluto, camminare nella via dell’Islam, significa essere saldi e radicati nel proprio cammino, sostenendo e aiutando gli altri laddove possibile. Significa vivere in un costante “non lo so, non capisco, ma vado avanti”.  È un’esperienza complessa, soggettiva, che si incarna in miriadi di modi differenti quanti sono i musulmani nel mondo, eppure sa essere anche universale e comprensibile in un batter d’occhio a chi sembra così diverso da noi. E’ un cammino che comporta obblighi e divieti, che possono sembrare irrazionali, limitanti se non sono illuminati dalla saggezza e soprattutto dalla fede. L’Islam può essere tuttavia anche molto pericoloso, dalla mia esperienza e osservazione lo è solo in un caso: quando la pratica esteriore non è mossa da un movimento del cuore, quando lo si svuota della sua dimensione spirituale, quando lo si guarda solo come un fenomeno sociale e culturale, quando tutto è  ridotto alla materialità e perde la sua vera e pura funzione, la connessione con Dio e la Pace Eterna. Le persone musulmane come tutti su questo pianeta affrontano le sfide del quotidiano e le domandi pressanti della contemporaneità. Ognuno cerca risposte in diversi luoghi, a volte le trova e a volte no. Dal mio punto di vista, se l’Islam, ma in particolare il Libro Sacro su cui si fonda smettesse di fornire risposte soddisfacenti alle richieste del tempo e dello spazio in cui sono immersa, non avrebbe senso continuare nello sforzo di restare salda in questa tradizione. Oltre allo studio, alle svariate interpretazioni dei testi e della tradizione sapienziale, esiste qualcosa che è alla portata di tutti: è il cuore, che sempre più si nutre di misericordia e umiltà.

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Nel suo libro sulla sessualità nell’Islam Abdelwahab Bouhdiba ci ricorda che in un’ottica islamica:

“Tutto è binario e in questo sta il segno del miracolo divino. La dicotomia esiste per volontà divina e la sessualità, che è il mettere in relazione l’uomo e la donna, non è un caso particolare di questa volontà divina assolutamente universale.” […] “la bipolarità del mondo si fonda sulla rigorosa separazione di due “ordini”,  il femminile e il maschile. L’unità del mondo non può che compiersi, dunque, nell’armonia dei sessi realizzata con cognizione di causa.”

Bouhdiba, Abdelwahab 2005. La sessualità nell’Islam, pp. 7, 33.

Da queste brevi citazioni, si comprende che la questione delle regole sulla sessualità, va ben oltre il controllo sociale dei corpi e non può essere facilmente liquidato in un’interpretazione patriarcale dei sessi. L’atto sessuale come ogni atto del musulmano e della musulmana fa parte dell’adorazione a Dio, in una visione per cui nulla ci appartiene veramente, ma ci è data in prestito. Dunque, l’essere umano non può disporre della creazione a suo piacimento, ma solo secondo limiti stabiliti dal Creatore. La vita dei credenti è scandita da una disciplina del corpo, della mente e dell’anima, che permette alle energie di non essere dissipate e al cuore di avvertire una sempre maggiore presenza di Dio. Queste regole sono state purtroppo fraintese e usate per scopi diversi da quello originale, nelle mani di persone stolte, hanno finito per creare oppressione e sofferenza. Per questa ragione, mai come oggi è necessaria una riforma spirituale delle religioni, affinché esse ritornino al servizio dell’essere umano per avvicinarlo all’umanità più completa. Il cammino spirituale è assolutamente personale, e ogni esperienza va rispettata in nome della Misericordia e dell’umiltà. Le porte di una moschea abitata da persone che incarnano l’incipit di ogni sūra del Corano, di cui il cuore suona come le parole arabe “bismillāh ar-raḥmān  ar-raḥīm” (nel nome di Dio il Clemente e il Misericordioso) saranno sempre aperte a tutti. Accoglieranno persone di ogni tipo perché tutti agli occhi di Dio hanno diritto alla fede, alla conoscenza e alla crescita spirituale.

Quale umanità per la Siria. Il caso siriano come testimonianza di r-esistenza

Di Francesca Girani

La mia Siria come ponte tra i lavori delle biografie dei siriani Moustafa Khalifa, scrittore e Aeham Ahmed, musicista e scrittore.

Introduzione della prova finale in letteratura araba della studentessa Francesca Girani. Relatore prof.ssa Sana Darghmouni, Università di Bologna, Dipartimento di Lingue Letterature e Culture moderne.

Il  presente  progetto  elaborato  in  questi  mesi  non  vuole  essere  un’analisi  politica, geopolitica  o  sociologica  della  questione  siriana,  bensì  un  tentativo  di  dar  voce  a  un popolo  che,  nella  sua  ricca  disomogeneità  e  tragica  storia,  ha  cercato  da  sempre  di resistere, esistere, come ci mostra la scrittrice Rosanna Maryam Sirignano nel suo libro La mia Siria. Ella, italiana di origine, é entrata in contatto con la Siria grazie ai suoi studi  e  mai  ha  potuto  abbandonarla.  Il  suo  rapporto  intimo  con  questa  terra  e  il  suo popolo lo si comprende attraverso le preziose testimonianze che ha raccolto. Per questo motivo  l’ho  scelta  come  collante  e  intermediaria  fra  due  mondi  che,  al  contrario  di quanto si pensa, sono accomunati da molteplici elementi, primi fra tutti, il cuore di ogni uomo  che  si somiglia perché grida e cerca la libertà. Le sue testimonianze mettono in luce  e  collegano  quel  mondo  che,  da  troppi  anni,  si  trova  a  vivere  una  profonda diaspora:  una  Siria  distrutta  dalla  guerra,  difficilmente  riconoscibile  ora  sotto  le macerie, ferita al profondo, i cui i resti testimoniano un barlume di speranza e di vita. Le storie  del  siriano  Moustafa  Khalifa,  e  Aeham  Ahmad,  appartenente  alla  minoranza Palestinese in Siria e cresciuto nel piccolo paesino di Yarmouk vicino a Damasco, sono di  fatto  l‟esempio  lampante  di   come  la  vita  possa  andare  avanti  e  possa  trovare  una ragione  anche  quando  tutto  quello  che  c‟era  un  tempo,  dagli  affetti,  a  un  luogo  da chiamare casa, un luogo dove lavorare o studiare, ora è venuto meno, è stato colpito ed è  radicalmente  cambiato.  Le  loro  crude  biografie,  che  non  risparmiano  al  lettore dettagli, sentimenti o filtri, fanno luce sui fatti accaduti durante gli anni di prigionia sia fisica, nel caso di Moustafa, che spirituale, nel caso di Aeham, rappresentando in modo particolare ciascun siriano, e universale ogni uomo. La loro storia, divenuta pilastro per la  letteratura  del  dissenso,  di  prigionia  e  di  esilio  fisico  e  mentale,  ricorda  che  ogni uomo ha un talento, una peculiarità, che possiede solo lui, che scopre nel Tempo, nella pazienza  maturata  dentro  la  sofferenza,  nella  tragicità  delle  circostanze,  nelle  fatiche della propria esistenza,  ma che, se scoperto ed educato, lo accompagna per tutta  la sua vita.  Queste  tematiche  sono  l‟oggetto  della  mia  indagine  e  sono  accompagnate  da molteplici  quesiti  che  si  trasformano  nel  fil  rouge  che  pondera  il  seguente  progetto: dove sta la speranza in un mondo in cui sembra vincere solo il Male; come può l’ uomo resistere quando spesso viene annullato; quale vita c‟è in Siria. Questi interrogativi non sono né scontati né banali, soprattutto quando ci si accorge che le domande che la Siria e il suo popolo pone, si trasformano e vengono condivise anche oltremare; ed è qui che sta  la  sua  potenza.  Si  è  cercato  il  più  possibile  di  rimanere  fedele  alle  parole autobiografiche degli scrittori che  si sono  prese  in analisi, trovando con molto stupore sentimenti  ed  esperienze,  certamente  calate  in  circostanze  diverse,  che  riprendono  la vita quotidiana  di ognuno: come un uomo riesce a vivere e dove trova la forza per farlo quando  è  “rinchiuso”  fra  ostacoli  o  mura  che  non  ha  scelto?  Questa  commovente attualità  che  la  letteratura  siriana  presenta,  è  conferma  di  quanto  si  è  scoperto  nei seguenti capitoli.

Nessuno si senta escluso da questa ricerca.

L’islam è movimento del cuore: appunti e riflessioni a dieci anni dall’inizio del cammino

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La shahādah: primo dei cinque pilastri dell’Islam

Esattamente dieci anni fa, il 12 novembre 2010 muovevo il primo passo decisivo nel cammino spirituale dell’Islam. Avevo imparato a pregare da due giovanissime donne, che avevano sentito e visto oltre l’apparenza. Il mio corpo desiderava compiere quei movimenti: piegarlo e ripiegarlo in quel modo al cospetto dell’Altissimo mi sembrava naturale. Così, durante una prosternazione la professione di fede raggiunse le mie labbra e segnò l’inizio del mio Islam, che il giorno dopo convalidai con la la shahādah (testimonianza di fede). La testimonianza del credo nell’Unicità di Dio e nel suo Profeta Muhammad, ultimo dei Messaggeri, è una formula da recitare ad alta voce dinanzi a dei testimoni. Non è necessaria alcuna cerimonia ed è il primo pilastro dell’Islam. I cosiddetti pilastri dell’Islam sono cinque fondamentali pratiche che sostengono i credenti e le credenti nel cammino islamico, rafforzando di giorno in giorno la fede e guidandoli nella sempre maggiore ricerca di conoscenza. La testimonianza di fede è condizione basilare e necessaria, affinché il resto delle pratiche, preghiera, digiuno nel mese di Ramadan, pagamento della zakāt e pellegrinaggio al la Mecca, non siano vuote di significato e di vita spirituale. Il pagamento della zakāt e il pellegrinaggio, a differenza dei primi tre pilastri, dal punto di vista giuridico, non sono obblighi personali, ma è sufficiente che solo una parte della comunità, quelli che hanno le condizioni e i mezzi per attuarli, li compiano. Anche  il digiuno del mese di Ramadan non è compiuto dalle persone che hanno disturbi di salute o malattie, dalle donne in gravidanza, da quelle che allattano e durante il ciclo mestruale. Costoro hanno altri modi per riscattare il mancato adempimento dell’obbligo. Anche la preghiera rituale è oggetto di limitazioni: le donne durante il periodo mestruale e nei quaranta giorni dopo il parto sono infatti esenti dall’adempiere la ṣalāt (da non confondere con la preghiera spontanea o invocazione detta du‘ā’).

La shahādah resta dunque l’unico pilastro dell’Islam che accompagna la vita dei musulmani in ogni circostanza. Quest’ultima non è la semplice adesione del cuore all’Islam, ma è l’atto legale di pronunciare la formula “ašhadu an lā ilāha illā Allāh – wa ašhadu anna Muḥammadan rasūl Allāh.” Si può affermare che tutta la teologia islamica nasce dall’ampliamento e da una precisazione legale di questa formula. In sintesi: cosa comporta dal punto di vista pratico credere in lā ilāha illā Allāh wa Muḥammad rasūl Allāh?

Il peso dell’Islam tra presente e passato

La risposta a questa domanda si nasconde tra le pieghe dell’esistenza e dell’esperienza quotidiana, laddove montagne di libri non possono giungere. Alla conoscenza trasmessa oralmente dai maestri e acquisita attraverso la lettura di testi, bisogna integrare gli insegnamenti e le riflessioni scaturiti dalla vita vissuta tesa alla pienezza della fede. Se mi chiedessero che cos’è l’Islam per te oggi, dopo dieci anni di pratica, risponderei senza dubbio “un grande peso da portare, che costa una gran fatica”. Procedere lungo un cammino spirituale dona intensità e significato alla vita, ci regala attimi di gioia profonda, ma ci pone anche ogni giorno di fronte a tremende domande. Procedere lungo la via dell’Islam è un’esperienza talvolta anche dolorosa, a causa della narrazione dominante che non descrive mai l’aspetto culturale, artistico e spirituale di questa religione. Dopo dieci anni di Islam, sia come modo di vivere sia come oggetto dei miei studi, sento il peso di una conoscenza che rappresenta solo l’alfabeto di un linguaggio spirituale e di un sistema culturale, che non si approfondirà mai abbastanza. La stanchezza è legata anche all’impazienza, allo scoraggiamento: sembra che gli sforzi siano stati vani, eppure lì da qualche parte, ad uno sguardo più attento, si scorgono i segni di un cambiamento profondo.

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Ripensando a quel preciso momento sepolto nelle memorie fragili che profumano di gelsomini di Damasco, scopro che la shahada come impercettibile vibrazione del cuore, era lì da molto tempo prima. Una volta una donna, con cui frequentavo le lezioni di recitazione del Corano, mi chiese: “da quanto tempo sei musulmana?” e io le risposi “da un mese.”. Lei non contenta della risposta mi chiese ancora “quando hai scoperto l’Islam?” e io le risposi “quattro anni fa” e lei dedusse “beh allora sei musulmana da quattro anni”. Se da un punto di vista esteriore e legale, come ho spiegato, questa affermazione poteva risultare errata, in realtà, da un punto di vista profondo, quella donna aveva ragione. Se pensiamo alla prima parte della shahada, che attesta la fede monoteista, le origini di quella vibrazione potevano risalire addirittura alla mia infanzia. Il Corano, che a Damasco iniziai a recitare ad alta voce e che da anni accompagna più volte al giorno le mie attività, entrò dentro di me come un potente suono. Il suono di una sillaba pronunciata con cura e con il massimo sforzo, apre spazi di libertà dentro di me, scioglie nodi, purifica l’anima e imprime un orientamento al cuore. I movimenti della preghiera, durante la quale si recitano pezzi del Corano, fanno del suono esperienza e dal cuore quel movimento invade il corpo e la mente trasforma, giorno dopo giorno, le fibre del tuo essere profondo.

Il suono che muove il cuore

Spesso l’Islam è stato definito un’ ortoprassi, ossia un sistema religioso che ha al centro la retta azione, in cui l’obbligatorietà di comportamenti sono centrali e inglobanti. Secondo questa visione si potrebbe giungere alla conclusione che avere il giusto comportamento sia più importante dell’avere una giusta dottrina: la giurisprudenza è dunque sovrana rispetto al pensiero teologico, filosofico e prende il sopravvento sul vissuto spirituale. La questione andrebbe analizzata e sviscerata nella sua complessità, attraverso uno studio metodico. Qui mi limiterò ad offrire uno spunto di riflessione sulla necessità di equilibrio tra le varie sfere che compongono l’Islam, che essendo religione rispettosa della materialità dell’uomo, tiene conto della sua multidimensionalità. Eseguire una serie di gesti, aderire a precise regole sull’alimentazione, sul vestiario, la sessualità e rapporti con gli altri, solo esteriormente comporta tuttavia un pericolo. Si rischia, infatti, di creare una struttura rigida dentro e fuori di sè, che alla lunga potrebbe paralizzare e offuscare la vitalità dell’Islam.

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Quando muovevo i primi passi nello studio della lingua araba, che oggi cerco di trasmettere agli altri, nell’ eseguire esercizi di fonetica mi resi conto di un fatto: i suoni della lingua araba, che è poi la lingua del Corano e la lingua della liturgia islamica, rispetto ai suoni dell’italiano interessano zone interne dell’apparato fonatorio. Per imparare bene a pronunciare l’arabo, infatti, un parlante italiano deve attivare la parte posteriore della lingua e diversi punti della faringe e della glottide che, simbolicamente, spostano l’attenzione dall’esterno, all’interno. Similmente, l’Islam è una via che costringe l’essere umano a guardarsi dentro, nell’oscurità delle proprie viscere. È un movimento del cuore che sconvolge il nostro vissuto, che gradualmente creando diverse armonie fa suonare le corde della nostra anima in modo nuovo. Questo potente movimento si trasferisce poi all’esterno e diventa azione, retto comportamento. Diventa abitudine che ci ricorda chi siamo, e che dà nuova vita al movimento del cuore, che in fondo ci fa stare in piedi e centrati verso l’obiettivo. Il peso e la fatica si dissolvono in un attimo se si pensa che ogni respiro consapevole nella via dell’Islam è un soffio di libertà.

“Non amo chi tramonta” – il balsamo per l’anima di Francesca Bocca-Aldaqre

Copertina del libro

“Non amo ci tramonta” di Francesca Bocca-Aldaqre, Capire Edizioni, Carta Canta 2020

Ogni parola di questa preziosa raccolta di poesie è cesellata con la massima cura, è forgiata con profonda pazienza ed emersa nell’accogliere l’attesa. Alcune parole sono scolpite nel marmo bianco, altre intagliate sul legno. Altre ancora sprofondano sulla sabbia bagnata, che il mare si riprende come se appartenessero a lui. Ci sono poi parole affidate alla carta ingiallita dal tempo che scorre tra le esperienze faticose dell’esistenza. Ogni poesia è una gemma incastonata su supporti d’oro e d’argento: alcune tolgono il fiato, altre trasportano il respiro tra profumi e colori lontani, altre ancora riescono a radicarti alla terra e ricordarti chi sei. Francesca Bocca- Aldaqre ci racconta il suo cammino spirituale incarnato nella traiettoria biografica, negli intrecci delle vicende della sua vita che sono ovunque anche se mai menzionati. Attraverso le sue poesie si toccano le corde di un cuore che tende al Divino, si conosce una mente lucida e attenta a cui nulla sfugge: sono occhi che guardano al di là del fenomeno visibile. Così i versi diventano balsamo per le anime sole ed afflitte che vagano nel soliloquio e nel freddo dell’isolamento quando si sentono incomprese. Ci sono altre parole nascoste in ogni pagina, quelle non scritte, ma regalate al vento attraverso soffi di libertà e suoni di una voce flebile, stanca ma sicura nella gioia. Qui si scorge appena un mistero che incoraggia il lettore a rileggere più di una volta questo piccolo libro dai tanti tesori celati. Attraverso queste poesie Francesca Bocca-Aldaqre testimonia il suo vissuto da musulmana: i riferimenti all’Islam sono molteplici e ci aprono al dialogo con una prospettiva altra.

Calligrafia di Eyas Al-shayeb, omaggio al libro “Non amo chi tramonta”

L’Islam è nei versi dell’autrice un movimento del cuore, che si protrae avanti, che guarda su e giù, e che, soprattutto, sprofonda dentro. Le vibrazioni delle parole dell’autrice cercano di abbracciare il Corano e così l’Islam non è più appartenenza ad una comunità di persone, non è più solo un tratto identitario, ma è esperienza: tensione verso l’Assoluto, verso l’Infinito, verso il mistero di Dio. Diventa così  una ricerca universale dentro e fuori di sé di spazi per sviluppare una sempre più sottile consapevolezza della presenza divina. Il vissuto islamico assume quindi un valore universale e diventa ponte di dialogo verso e per gli esseri umani bisognosi di fermarsi nella contemplazione della realtà. Quello che si legge tra le righe è lo sforzo dei pensatori del passato da Platone ad Agostino d’Ippona, da Schopenhauer a Nietsche e Heidegger che si congiungono sull’altra sponda del mediterraneo con al-Farabi, al-Ghazali, Averroè, Muhammad Iqbal e tutti coloro che hanno consacrato la loro vita al pensiero, alla conoscenza e alla ricerca, perché in fondo cercavano un’unica strada per giungere alla Verità.

Coraggio, temperanza, giustizia e saggezza duratura della compianta studiosa Laleh Bakhtiar

Testo di Davar Ardalan, traduzione e adattamento dall’inglese di Rosanna Maryam Sirignano

Laleh Bakhtiar, studiosa di Islam e di Sufismo, prima donna musulmana americana a tradurre il Sacro Corano, è scomparsa pacificamente domenica 18 ottobre 2020 a Chicago, a causa della sindrome mielodisplasica, una forma rara di anomalia del sangue. Aveva 82 anni.

Poco conosciuta in Italia, Bakhtiar ha contribuito alla crescita spirituale di numerose persone in tutto il mondo, non solo tra la comunità islamica. Qui di seguito la traduzione in italiano del testo inglese dedicato a lei scritto dalla figlia Davar Ardalan. Onorata di aver ricevuto il compito di divulgare il nome di Laleh Bakhtiar in Italia.

L’articolo originale è consultabile qui.

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Laleh Bakhtiar

“Nostra madre ha vissuto una vita ricca e soddisfacente come studiosa, madre, nonna, sorella, zia, amica, guida, attivista e cittadina del mondo. È stata la nostra più grande campionessa e angelo custode. May she rest in power.”

-i suoi figli Mani Helene Farhadi Ardalan, Iran Davar Ardalan e Karim Ardalan

Nata a Tehran il 29 luglio 1938 e cresciuta in America, la dott.ssa Bakhtiar ha dedicato più di 50 anni della sua vita allo studio delle dimensioni mistiche o sufi dell’Islam, a riconsiderare i testi islamici dalla prospettiva di una donna musulmana. Era la fondatrice e la presidentessa dell’Istituto di Psicologia Tradizionale (Institute of Traditional Psychology) e studiosa in sede (Scholar-in-Residence) alla Kazi Publications.

“La compianta Laleh Bakhtiar è stata subito per me una studentessa, un’amica e una collega. Profondamente radicata negli Studi Islamici e interessata avidamente nella cultura persiana, ha dedicato la sua vita agli studi e ha prodotto diverse raffinate opere nel campo degli Studi Islamici e Persiani, sul Sufismo e la Psicologia. Prego per la benedizione della sua anima.”

-Seyyed Hossein Nasr-

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Laleh Bakhtiar negli anni ’70

La dott.ssa Bakhtiar ha scritto, tradotto, curato e adattato circa 150 libri, come Il senso dell’Unità (The Sense of Unity) con Nader Ardalan e Espressioni sufi della ricerca mistica (Sufi Expressions of the Mystic Quest). Uno dei risultati di cui più andare orgogliosi arriva nel 2007 con la sua traduzione del Corano, The Sublime Quran. Sin dalla sua rivelazione il Corano, difatti, era stato tradotto e interpretato per lo più da uomini.

Nel maggio 2016, la dott.ssa Bakhtiar è stata premiata con l’inaugural Lifetime Achievement Awarda dalla fondazione Mohammed Webb di Chicago per il suo contributo alla comunità islamica americana.

“In qualità di sostenitrice delle donne, ha sfidato il patriarcato usando la sua potente penna, come confidente spirituale ha dato un segnale a studiosi e attivisti per creare un dibattito aperto condividendo sentimenti che andavano dal più generale al più intimo e come esempio spirituale ha ispirato la giovane generazione di donne con la sua profonda umiltà e servizio alla comunità “.

– Daisy Khan, fondatrice della WISE Women’s Islamic Initiative in Spirituality and Equality-

Contributo alla Psicologia Islamica

“La dott.ssa Bakhtiar è stata anche apprezzata come studiosa all’avanguardia e professionista all’ emergente disciplina della Psicologia Islamica. Il suo nuovo libro, Psicologia coranica del sé: un manuale sulla psicologia islamica morale (Quranic Psychology of the Self: A Textbook on Islamic Moral Psychology, ha dato un grande contributo all’affermarsi della Psicologia Coranica come scienza, includendo discipline come l’etica, la medicina, la filosofia naturale e la filosofia. Questo testo sarà un’inestimabile risorsa per studenti, professori, istituti di formazione, professionisti della salute mentale, così come offrirà un potente ritorno alle origini trascendenti della psicologia…

– Samuel Bendeck Sotillos, curatore di Psychology and the Perennial Philosophy-

Laleh Bakhtiar negli anni ’60

La dott.ssa Bakhtiar aveva frequentato la Holton Arms High School nel Maryland. Aveva ottenuto il suo diploma di laurea triennale (BA) in Storia dal Chatham College della Pennsylvania e la sua laurea magistrale (MA) in Filosofia e Psicologia del Counseling e il dottorato in Fondamenti Pedagogici dall’università del New Mexico. Era anche un counselor certificato a livello nazionale. Per oltre 30 anni, Bakhtiar studiò l’islam con il suo maestro Seyyed Hossein Nasr. Oltre al Sublime Corano e Psicologia Coranica, scrisse numerosi libri sull’Unità islamica, architettura, psicologia, psicoetica, e guarigione morale attraverso l’enneagramma sufi.

Cresciuta a Washington DC, fra i suoi libri preferiti ci sono Piccole donne e I ragazzi di Jo di Louisa May Alcott, e sì, le piacevano Cime Tempestose e Jane Eyre. Da storica della famiglia, conservò migliaia di lettere e ricordi dal 1880 al presente, raccolti da sua madre, suo padre, fratelli e sorelle quando viaggiava tra l’America e l’Iran.

Helen Jeffreys, madre della dott.ssa Bakhtiar, era una costante fonte di ispirazione durante la sua vita. Helen era nata a Weiser, nell’Idaho, all’inizio del ventesimo secolo. Lavorando come infermiera, incontrò il medico Abol Ghassem Bakhtiar all’ospedale Harlem. Abol Ghassem Bakhtiar era emigrato ad Ellis Island, NY nel 1919. Si innamorarono e si sposarono al comune di New York nel 1927.

Negli anni ’50 Helen viaggiò verso l’Iran come infermiera della sanità pubblica come parte del programma dei quattro punti del presidente Truman. Il progetto di miglioramento delle zone rurali inviò presso i villaggi dei paesi meno sviluppati esperti in agricoltura, salute, formazione al lavoro.

Viaggiando nelle remote montagne di Chahar Mahal con la sua jeep, Helen lavorò con la leggendaria tribù Bakhtiari dell’Iran, aiutando le donne a conoscere l’importanza dell’assistenza sanitaria. La gente di Chahar Mahal amava Helen e anni dopo avrebbe nominato una regione montuosa e ambientale protetta in suo onore. Quello stesso spirito di servizio alla comunità è ciò che ha ispirato la dott.ssa Bakhtiar nel suo percorso di studiosa islamica.

I genitori di Laleh Bakhtiar: Dott. Abol Ghassem Bakhtiar e Helen Jeffreys Bakhtiar, New York City 1931

“La nostra storia, come la storia di tanti emigranti, non sarebbe mai stata possibile se non fosse stato per Ellis Island e la speranza che ha ispirato tanti, come mio padre, a fare il grande viaggio verso le coste dell’America per ottenere una formazione scolastica.”

– Laleh Bakhtiar maggio 2014 –

Nei suoi ultimi giorni, la dott.ssa Bakhtiar è stata circondata dalla sua famiglia che l’ha confortata, anche attraverso il distanziamento sociale, leggendo messaggi di preghiere provenienti da tutto il mondo, tra cui uno del suo maestro, il dott. Seyyed Hossein Nasr, che la lodava per aver difeso “l’Islam, il sufismo e la verità”. I suoi figli le leggevano a turno passaggi del Sublime Corano, gli scritti del poeta Jalal al-Din Rumi, il filosofo Al-Ghazali, e suonavano la musica dei cantanti e cantautori come  Joan Baez, James Taylor, Yusuf Islam’s Tea for the Tillerman 2 e un interpretazione di Amazing Grace dai suoi nipoti.

La dott.ssa Bakhtiar sarà sepolta a Chicago, dove ha lavorato come studiosa presso la Kazi Publications, guidata dall’editore Liaquat Ali. Sopravvivono a lei i figli Mani Helene Ardalan Farhadi, Iran Davar Ardalan e Karim Ardalan; i suoi nipoti Saied, Samira, Rodd, Ryon, Aman, Amir, Ryan e Layla; sua nuora Susan Khalili e i generi Shervin Farhadi e John Oliver Smith. I suoi fratelli sopravvissuti sono Parveen, Jamshid, Lily, Maryam, Parvaneh, Shahrbanou, Afsaneh, Norooz, Pirooz e Abol.

Domenica 1 novembre 2020, il WISE, Women’s Islamic Initiative in Spirituality and Equality, con sede a New York City, ospiterà una cerimonia virtuale alla memoria della dott.ssa Laleh Bakhtiar alle 13:00 EST e le consegnerà un premio alla carriera per gli studi in religione e spiritualità.

“Ha avuto il coraggio di vedere oltre l’orizzonte, ha mantenuto la sua fiducia in Dio, guidata da esempi, influenzando innumerevoli donne e uomini attraverso la sua guida di servitrice, la sua cultura e integrità spirituale.”

– Daisy Khan Fondatrice di WISE-

Per offrire la solidarietà in questo momento difficile, si può scegliere di far piantare un albero commemorativo in una foresta nazionale degli Stati Uniti in memoria di Laleh Bakhtiar.

RIFLESSIONI SULL’OPERA E CONTRIBUTI DELLA DOTT.SSA BAKHTIAR

Il principe giordano Ghazi Bin Muhammad, consigliere capo per gli affari religiosi e culturali del re Abdullah di Giordania, ha approvato la sua traduzione del Sublime Corano su Amazon:

“Il lavoro che la dott.ssa Bakhtiar ha messo nella sua interpretazione include coerenza, metodo, attenzione a tempi verbali, radice, caso e dettaglio non è secondo a nessuno. Non l’ho mai visto qualcosa di simile prima. Anche la lettura in inglese è piacevole e fluida. Questa è chiaramente una benedizione.”

“La traduzione del Corano della dott.ssa Bakhtiar è una traduzione universale, il che significa che non ci sono frasi tra parentesi che interpretano ed elaborano ulteriormente un verso, permettendo così alla traduzione di essere libera da qualsiasi pregiudizio politico, confessionale o dottrinale transitorio. La sua traduzione ha generato un intenso controllo e critiche, nonché lodi e riconoscimenti da tutto il mondo.

La dott.ssa Laleh Bakhtiar è una donna straordinaria. I suoi contributi allo studio dell’Islam in Occidente rientrano in una gamma sbalorditiva di svariate abilità e hanno prodotto un’eredità davvero monumentale.

– SCOTT ALEXANDER, presidente del Theological Education Committee dell’American Academy of Religion e consulente sulle relazioni cattolico-musulmane per la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (riflessioni del 2009)

Nel corso degli anni, la dott.ssa Bakhtiar ha ascoltato centinaia di donne musulmane, donne maltrattate e gruppi di servizi sociali che l’hanno ringraziata per aver fornito una traduzione alternativa agli occhi del pubblico. In qualità di oratore principale per il Turnig Point di New York, un’organizzazione per donne e ragazze musulmane colpite dalla violenza domestica, Bakhtiar si è rivolta al Corano stesso per incoraggiare le persone ad essere coraggiose e forti nella trasformazione delle loro vite. Shireen Soliman, presidente del consiglio di Turning Point, ha così descritto l’impatto personale del lavoro di Bakhtiar:

Si può immaginare quanto sia stato incoraggiante sentire e leggere finalmente il lavoro della dott.ssa Bakhtiar e la sua abilità di giungere, ttraverso il suo lavoro e la sua ricerca, a una traduzione del Corano che finalmente per me ha davvero colto l’essenza dell’Islam, ed è così meravigliosamente allineato con il lavoro che stiamo facendo … con Turning Point.

Nel dicembre 2009, lo scrittore americano Dave Eggers ha consigliato la lettura di The Sublime Quran su Oprah.com. In un articolo dell’agosto 2009 Eggers ha detto:

“Leggere il Corano è stato così illuminante. Sono riuscito a trovare una meravigliosa traduzione di Laleh Bakhtiar, che mi ha aperto alla bellezza della fede in un modo che nessuna interpretazione del testo aveva fatto prima. E, naturalmente, nel libro trovate, molto chiaramente, la dedizione dell’Islam alla giustizia sociale, alla pace e ai meno fortunati.”

RISORSE E INTERVISTE (in inglese)

Recitazione della traduzione inglese de Sublime Corano di Laleh Bakhtiar

Laleh Bakhtiar racconta la sua vita, registrato da Samira Ardalan

Corso sull’enneagramma sufi: conoscere se stessi e sviluppare la guarigione morale, Novembre 2018

Intervista con Homa Sarshar

Fondazione per la sindrome melodisplasica (MDS)

Abbigliamento e Islam: in cerca di equilibrio tra spiritualità e moda

Riflessioni di Safiyya Surtee, traduzione e adattamento dall’inglese all’italiano di Rosanna Maryam Sirignano

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L’abbigliamento è un aspetto indispensabile dell’esistenza umana: abbiamo bisogno di abbigliarci per motivi meramente pratici e utilitaristici, per proteggerci dagli agenti atmosferici, al contempo l’abbigliamento ha tante altre funzioni nelle nostre vite, in primis come segno di dignità e abbellimento. Il Corano afferma:

“Figli di Adamo, vi abbiamo donato delle vesti per coprire le vostre parti intime e come ornamento, però la miglior veste è la taqwa (pietà, consapevolezza della presenza divina). Ecco un segno di Dio affinché essi ricordino” (Corano 7:26)*

Da questo versetto impariamo che i migliori capi di abbigliamento sono quelli che instillano taqwa nei nostri cuori, che, cioè, ci ricordano di Allah e ci conducono alla consapevolezza della Sua presenza nel nostro profondo. L’atto di vestirsi ha un importante scopo spirituale, che va oltre il principio di necessità e il mero adornamento. Vestirsi come atto di consapevolezza spirituale è un concetto stupendo: in questa ottica, una semplice azione diventa uno dei segni di Allah attraverso il quale possiamo ricordarLo. Avete notato che gli abiti che riserviamo alle preghiere, al dhikr**** o che indossiamo per entrare in una moschea, anche se fosse una semplice sciarpa o un mantello, sono intrisi di un senso di spiritualità, perché li adoperiamo con profonda consapevolezza della presenza di Allah? Quando li indossiamo, entriamo in una diversa dimensione, con determinazione e particolare cura. Nella tradizione spirituale islamica, consegnare un pezzo di stoffa, come una sciarpa, è un gesto che si fa per connettere lo studente al maestro e simboleggia il legame di fiducia e amore. Alcuni dei Compagni del Profeta Muhammad ***  gli chiesero un pezzo dei suoi abiti a cui diedero un enorme valore; uno di loro addirittura usò un manto ricamato del Profeta come suo sudario (Bukhari). L’abbigliamento, in una prospettiva islamica, è anche parte integrante dell’adab, l’eccellenza nella condotta, come si evince dai principi etici contenuti nel Corano in cui Allah ci dice:

“Figli di Adamo, adornatevi quando vi recate in un luogo di preghiera: mangiate e bevete. Non siate eccessivi, poiché Allah non ama gli eccessi” (Sura 7:31)

Questo versetto suggerisce al credente di adoperare un abbigliamento adeguato per le preghiere: questa è una delle azioni che fa parte dell’adab di accostarsi ad Allah. Questo passo ci ricorda anche di non scadere in eccessi, perché l’abbigliamento potrebbe diventare anche simbolo di orgoglio e arroganza. Ognuno di noi ha il dovere di esaminare le proprie intenzioni e la sincerità in qualsiasi azione, inclusa la scelta dell’abbigliamento. La modestia è una delle caratteristiche peculiari dell’Islam, e dovrebbe essere il nostro principio guida.

Attraverso l’abbigliamento esprimiamo la nostra individualità, la nostra identità culturale e a volte la nostra appartenenza politica (ad esempio in alcuni paesi a maggioranza islamica, il modo in cui le donne avvolgono il copricapo indica la loro inclinazione politica). Il colore e la creatività sono allo stesso modo parte del dress code islamico all’insegna della modestia e della semplicità: la sfida consiste nel trovare un equilibrio. Il messaggio del tawhid** ci permette di accogliere la diversità senza forzarla ad uniformarsi, poiché siamo tutte creature uniche di Allah. Per questa ragione, il tobe sudanese, il kanga della Tanzania, i buba e gele nigeriani, la jalabbiyya nordafricana, il sari e salwar kameez indiano o il baju kurung malesiano possono essere tutti considerati “islamici”, perché sono tutti manifestazioni di modestia e bellezza.

Dalla Sunnah, impariamo che il Profeta, ogni volta che indossava un nuovo capo di abbigliamento lo menzionava con gioia e diceva: “Oh Allah! Per te è la lode, mi hai vestito, Ti chiedo per il suo bene e per il bene per cui è stato fatto, cerco rifugio in Te dal suo male e dal male per cui è stato fatto” (Tirmidhi). Il Profeta insegnò anche ai suoi seguaci di iniziare a vestirsi dal lato della mano destra (Abu Dawud). Incoraggiò a vestirsi di bianco, dicendo che il bianco fosse la miglior scelta di colore per gli abiti (Nasa’i) e amava usare lo stesso abito per molto tempo prima che diventasse logoro (Bukhari).

Le donne vicine al Profeta in quanto ad abbigliamento erano per lo più preoccupate della purezza degli abiti della preghiera, e questa era la principale questione che riguardava l’ abbigliamento. Esse indossavano abiti di vari colori. Anas ibn Malik disse di aver visto Umm Khultum, la figlia del Profeta, indossare un indumento di seta rossa (Bukhari), una donna una volta si recò da Aisha per un reclamo e in questo racconto è menzionato il fatto che indossasse un indumento verde (Bukhari). In un altro racconto si narra che una giovane donna si recò dal Profeta che indossava una camicia gialla che gli piaceva molto e che la indossò per molto tempo come testimoniato dalla ragazza (Bukhari). Si narra inoltre che il Profeta vestì sua figlia Fatima con un abito di velluto rosso (Nasa’i) e che Aisha indossava spesso un manto di seta (Muwatta) che suo nipote Abdullah ibn Zubayr le aveva donato. In un’altra tradizione, si dice che il Profeta proibì ad una donna nello stato di ihram, stato di purità rituale dei pellegrini, di indossare guanti, veli per il viso e vestiti colorati con lo zafferano; e permise a tutti, quando lo stato di purità si era compiuto di indossare quello che desideravano, abiti colorati di giallo, seta, gioielli, pantaloni, camice e scarpe (Abu Dawud).

Le donne al tempo del Profeta indossavano cinture e fasce dalla famosa storia di Asma bint Abu Bakr leggiamo di come usò la cintura per legare la sacca del cibo del Profeta e suo padre Abu Bakr in occasione della migrazione a Medina (per questo le fu dato il nome di “dhat al nitawayn” “la donna delle due cinture). Le donne avrebbero indossato gioielli anche in occasione di  incontri. È narrato, ad esempio, che dopo il sermone di una preghiera dell’Eid, festa,  il Profeta andò dalle donne con Bilal che distese un pezzo di stoffa chiedendo donazioni e che loro cominciarono a riempirlo con anelli, orecchini e altri gioielli. (Bukhari).

Come donne del mondo moderno abbiamo bisogno di imparare dalla semplicità delle donne che circondavano il Messaggero di Allah, in modo da non essere preda delle tendenze materialistiche e consumistiche del mondo della moda, in cui i corpi delle donne sono manipolati e ridotti a oggetto. Dovremmo resistere agli irrealistici ideali rappresentati dall’industria della bellezza attraverso un modo di vestire al servizio della spiritualità e della taqwa. Dovremmo anche resistere, come donne musulmane, all’essere ridotte al concetto di hijab, velo islamico, che tende ad essere l’unico punto focale dei discorsi sulle donne e l’Islam. La nostra spiritualità e scopo della vita si estende molto al di là e al di sopra di quello che indossiamo. Anche se seguiamo la moda occidentale moderna, non dovremmo abbandonare i nostri abiti culturali e tradizionali o essere titubanti a sperimentare il modo di vestire di altre culture. L’abbigliamento è anche uno dei doni e delle benedizioni del paradiso, jannah, quindi vestire in modo modesto qui ed ora in questo mondo, rendendo Allah visibile attraverso i nostri abiti, ci ricorda della vita eterna che verrà, e Allah promette al popolo del Paradiso:

“portano abiti verdi di seta fine e di broccato, sono ornati di bracciali d’argento, il loro Signore li disseterà con una bevanda purissima.” (Corano 76:21, traduzione di Ida Zilio Grandi)

Questo straordinario passaggio dovrebbe essere un promemoria per impegnarci ad indossare questi abiti del Paradiso, piuttosto che rivolgere le nostre preoccupazioni solo all’abbigliamento in questo mondo.

*La traduzione del Corano in italiano è di Rosanna Maryam Sirignano laddove non esplicitato.

** Il tawhid è il principio cardine alla base del concetto dell’unità e unicità di Dio (Allah)

*** Nel testo originale l’autrice riporta quella che in italiano è la sigla PBSL, Pace e benedizione su di lui, l’eulogia che i musulmani menzionano ogni volta che nominano il Profeta Muhammad. Lo stesso vale per altre personalità della storia islamica al cui nome sono seguite  formule di lode di altro tipo. Nella traduzione italiana si è scelto di non riportarle in forma scritta per una più agevole lettura anche da parte di persone non musulmane.

**** Il dhikr, letteralemte “ricordo”, è un atto devozionale islamico che consiste nella menzione ripetuta di una formula di lode a Dio o di uno dei suoi 99 nomi più belli.

 

Safiyya Surtee è una ricercatrice, scrittrice e blogger. Si occupa di Islam, femminismo, politica e spiritualità. Molto attiva per la sua comunità, ad esempio è membro del comitato del Masjid al-Islam, una moschea gender inclusive e non settaria a Johannesburg.

 

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Di conversioni e operazioni di salvataggio

 

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di Margherita Picchi *

Mi piace considerarmi una figlia dell’Illuminismo.

Ho ricevuto un’educazione laica, improntata a un’etica rigorosamente anticlericale, per non dire antireligiosa: quand’ero un’adolescente impegnata, mi definivo robespierrista. Non che l’universo religioso fosse assente dalla mia infanzia (tutt’altro), ma invece della Bibbia mi sono stati letti i miti greci, e non ho fatto catechismo né religione cattolica a scuola; fatto peraltro ben poco insolito nella mia città natale, Firenze, dove sono cresciuta a pane e blasfemia e all’ora di religione in classe restavano quattro gatti.

Avevo 16 anni l’11 settembre 2001, quando le Torri Gemelle sono crollate nell’attentato terroristico più famoso della storia contemporanea (dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, forse). Dieci anni dopo mi laureavo all’Orientale di Napoli con una tesi specialistica sul pensiero di Sayyid Qutb, il maggiore ideologo dell’islamismo radicale contemporaneo. Avevo deciso di specializzarmi in storia dell’Islam politico perché volevo capire chi erano, questi Altri che secondo i media ci odiavano, e avevo capito presto che la storia era ben più complessa di così. Avevo capito che terrorismo ‘jihadista’ e Islam politico sono due cose diverse, che il primo è la degenerazione del secondo un po’ come il terrorismo rosso è stato la degenerazione del pensiero di Marx e il Terrore francese del robespierrismo; e avevo capito che il jihadismo è un fenomeno che si spiega molto meglio leggendo il contesto storico politico dell’800-‘900 piuttosto che le parole del Corano (questa storia l’ho raccontata altrove): quello che mi preme qui raccontare è che questa maggiore comprensione non aveva intaccato di un millimetro la mia convinzione che l’Islam fosse una religione irrimediabilmente maschilista.

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Margherita al GayPride 2010 (Napoli) Foto di Emma di Taranto

Non che avessi un’opinione migliore del Cristianesimo, dell’Ebraismo, o delle religioni in generale. L’unica scelta ‘giusta’ per le donne mi pareva quella del laicismo. Il semplice fatto che i paesi del mondo che hanno il risultato migliore nel gender gap index siano anche quelli che hanno la percentuale più alta di ateismo mi pareva una solida base per concludere che la strada dell’emancipazione femminile dovesse necessariamente passare dall’abbandono della religione, e che le donne non religiose fossero più emancipate di quelle che si identificano come tali. Era un ‘dogma’ che non avevo mai messo in discussione.

Cosicché, quando l’amica più cara che ho conosciuto all’università mi ha annunciato di essersi convertita all’Islam, la mia reazione è stata di shock.

Non capivo. Com’era possibile? Conoscevo Rosanna come una ragazza brillante, certo un po’ tormentata, ma lucida e aperta di mente. Eravamo andate a un gay pride insieme. Ammiravo il grande coraggio con cui aveva scelto di imbracciare uno stile di vita e un pensiero laico, allontanandosi dalla religiosità molto rigida cui l’avevano educata i suoi genitori, testimoni di Geova. In questo senso, la sua era stata una ‘scelta’ molto più della mia, che alla laicità ci sono stata cresciuta. Non capivo come potesse essere ‘tornata indietro’, tanto più per imbracciare l’Islam. Ma l’aveva letto il Corano, i versetti che attribuiscono ai mariti un ‘grado di privilegio’rispetto alle loro mogli, e il diritto di disciplinare con la forza le consorti disobbedienti?

Ero turbata, arrabbiata. Ci ho dormito male diverse notti. E alla fine ho concluso che qualcuno le aveva fatto il lavaggio del cervello e che era mio dovere di amica andare a salvarla.

Rosanna si era infatti convertita in Siria, dove avevamo pianificato di andare entrambe a studiare l’arabo – prima della guerra Damasco era una meta privilegiata per gli studenti di arabo di tutto il mondo. Lei era partita qualche mese prima di me, io l’avrei raggiunta a dicembre 2010; ed è proprio qualche settimana prima del mio arrivo che lei ha deciso di raccontarmi la sua decisione di convertirsi, perché non lo scoprissi all’arrivo.

Scelta saggia, di cui la ringrazio – almeno ho avuto modo di abituarmi all’idea.

Riflettendo sulla notizia, ho concluso che un mutamento così repentino non poteva spiegarsi che con una sorta di lavaggio del cervello (mi aveva detto che non c’entrava un uomo, ma non ci avevo creduto subito), e mi sono armata di argomenti razionali per decostruirlo. Ho comprato una copia di L’illusione di Dio di Richard Dawkins, l’ho infilata in valigia e mi sono ripromessa di regalargliela appena arrivata – così, tanto per cominciare la conversazione.

Poi sono atterrata all’aeroporto di Damasco, e finalmente l’ho vista.

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Margherita e Rosanna in un ristorante a Damasco poco prima di rientrare in Italia

Lo ricordo molto bene, ed è buffo, perché non ho alcuna memoria di quando io e lei ci siamo conosciute, ma ricordo come fosse ieri quando l’ho vista per la prima volta come Maryam. Ho pensato che il “cencio in capo” non le stava poi male, e sono rimasta spiazzata da quanto era raggiante il suo sorriso. Somigliava un po’ a quello con cui è stata fotografata al suo arrivo Silvia Romano: anche se la storia di queste due donne è molto diversa, la luminosità che ho visto era la stessa. Era come se nel mettersi un velo se ne fosse tolta un altro; come se si fosse sollevata un’ombra (ho scritto che era ‘un po’ tormentata, ricordate?), che non ho visto tornare mai più.

Il libro gliel’ho dato e lei l’ha accettato con molto garbo, ma mi sono sentita una stupida all’istante. Il sermone laicista che mi ero preparata è risultato goffo e inadeguato pure a me, e l’ho tagliato corto molto presto. Era chiaro che fosse felice, più felice di prima, e che diamine di senso poteva avere ‘salvare’ la mia amica da qualcosa che l’aveva resa felice?

Ho ritenuto più intelligente chiudere la bocca e aprire gli occhi e le orecchie. E’ stata un’esperienza istruttiva, che ha avuto un ruolo determinante nel farmi poi scegliere di specializzarmi nello studio del femminismo islamico, e sostenere il lavoro delle donne che quei famosi versetti scelgono di contestualizzarli, invece di usarli come scusa per oscurare il profondo egualitarismo del messaggio coranico.

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Margherita a Damasco fotografata da Rosanna

Più di ogni altra cosa, forse, è stata l’accoglienza che ha ricevuto Rosanna al suo ritorno a motivarmi. Anche lei si è infatti presa la sua dose del fango che si riversa in modo inevitabile su ogni donna che scelga di convertirsi all’Islam (e che di solito risparmia gli uomini che fanno lo stesso, chissà perché). Ho sentito cattiverie sul suo conto che mi vergognerei a riportare: ed eravamo all’università di Napoli ‘l’Orientale’, fra studenti di arabo e studi islamici, non nella sede della Lega di Predappio. Come se la sua scelta costituisse qualche sorta di tradimento culturale imperdonabile, anche fra gente ‘acculturata’, di sinistra, antirazzista.

Ed ecco che Silvia Romano torna a casa, e succede di nuovo, su scala ovviamente molto maggiore. Il suo velo fa più notizia della sua liberazione, quotidiani nazionali sbattono ‘l’ingrata’ in prima pagina, l’accusano di essere tornata ‘con la divisa del nemico’, accostano la foto del suo ritorno a vecchie immagini in minigonna titolandole ‘liberata?’. Se da sinistra la si difende comunque si tentenna, e le diagnosi improvvisate di ‘sindrome di Stoccolma’ passano di bocca in bocca, di post in post.

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Margherita nella moschea di Sayyda Ruqqaya fotografata da Rosanna, che quel giorno le prestò il velo

In fondo lo capisco. Ci sono passata. Se assumiamo come dogma che la condizione di ‘laicità’ sia quella che concede maggiori libertà a una donna, che tutte le religioni siano patriarcali e l’Islam la più patriarcale di tutte, quella di passare da ‘laica’ a ‘religiosa’, tanto più ‘musulmana’, non può che apparire come una scelta ‘folle’. E per spiegare una scelta che ci appare ‘folle’, il ‘lavaggio del cervello’ offre una spiegazione comoda: e se è comoda sempre, figurarsi dopo 18 mesi di prigionia.

Ma i percorsi di crescita e di liberazione – personali come collettivi – non sono tutti uguali, e dovremmo liberarci noi di questa arroganza tutta occidentale di ritenere il nostro sistema socio-culturale l’unico che sia davvero umano.

Guardatela meglio. Guardate come sorride, perché è l’unica cosa che possiamo fare. Non potete sapere cosa sia a rendere così luminoso quel sorriso, ma potete essere felici per lei, risparmiarvi i giudizi, e lasciarla stare. Se non capite, tacete e ascoltate, che se vorrà ce la racconterà lei la sua storia, quando vorrà. E se deciderà di tacere, potete ascoltare le storie di tante altre donne musulmane, che hanno tanto da dire e nessun bisogno di essere salvate.

 

* MARGHERITA PICCHI ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia delle donne e delle identità di genere presso l’Università Orientale di Napoli nel 2016, dove già aveva ottenuto nel 2011 la laurea specialistica in Scienze delle lingue, storia e cultura del Mediterraneo e dei paesi islamici. I suoi interessi di ricerca includono gli studi coranici e il pensiero  islamico contemporaneo, oltre che gli studi di genere e queer in contesti musulmani. Dal 2018 è assegnista di ricerca presso la Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna, dove conduce una ricerca sulla teologia islamica della liberazione in Sudafrica.

L’Islam: oggi come nove anni fa

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Moschea degli Omayyadi, Damasco 2010. Foto di Rosanna Sirignano

Le ore di luce lentamente facevano spazio a quelle di buio, l’aria era diventata più fresca e respirabile quel pomeriggio a Damasco. Acquistai un foulard di cotone nero da uno dei piccoli negozi del suq e mi diressi verso l’autobus. Per una strana coincidenza c’erano solo donne, tutte visibilmente musulmane. Persa nei pensieri che vagavano da un luogo all’altro della mente senza una precisa meta, mi ritrovai sola al capolinea dell’autobus, senza accorgermi di aver attraversato tutta la città. “Fine della corsa, scendere!” – e il conducente si voltò verso di me e sorridendo chiese: “Ajnabiye” “Straniera?”- “Sì, mi sono persa”. Chiamai Nura, che mi aspettava a casa sua per un tè da almeno un’ora e le spiegai la situazione. L’autobus successivo sarebbe partito dopo almeno mezz’ora e io mi trovavo in una zona lontana da casa sua. Le chiesi scusa, promettendole che le avrei fatto visita presto. A quel punto il conducente mi fece segno di passargli il telefono. Scambiò due chiacchiere con la mia amica, poi riattaccò e mi disse di stare tranquilla. Nonostante avesse terminato la sua giornata di lavoro, l’uomo tornò indietro e mi condusse in un punto della città dove mi stava aspettando Nura. Lo ringraziai immensamente e oggi gli sono ancora più grata per aver partecipato ad uno dei giorni più importanti della mia vita. Quel giorno a casa di Nura imparai i movimenti della preghiera islamica, imparai una pratica che la sera stessa divenne il mio linguaggio spirituale per i 9 anni successivi: l’Islam. Tornata a casa nel buio e il vuoto della mia camera siriana stesi a terra il tappeto leggero che mi aveva donato Nura, avvolsi la testa con il foulard nero comprato poche ore prima e cercai di ripetere la sequenza dei movimenti. Ne ricordavo bene solo uno: il sujud, la posizione in cui ci si piega con la fronte al pavimento e si diventa una piccola parte dell’immenso universo. Così, spontaneamente la shahada* attraversò la mia mente e uscì dalle mie labbra come un soffio. Il corpo rimase rigido e gli occhi faticarono a chiudersi per tutta la notte. Al mattino lavai via la pesantezza e il superfluo con acqua calda e mi preparai ad una nuova e faticosa ricerca. Giorno dopo giorno apprezzavo il silenzio e la pace delle prime ore dell’alba, lasciavo che i suoni del Corano vibrassero dentro di me per guarirmi fino al tramonto. I movimenti e le parole della preghiera diventavano sempre più naturali e fluidi e così cambiava il mio corpo, e con esso la mia mente e il mio spirito. Ai miei occhi di giovane viandante, le strade, le moschee, le chiese, i palazzi, le piazze, i bar di Damasco pregavano e glorificavano l’Universo, con gratitudine e gioia. Oggi celebro questo giorno, per ricordare che l’Islam è essenzialmente un modo di prendersi cura di se stessi e di connettersi con il divino. Il suo fulcro è la preghiera, in arabo salat, da compiere cinque volte al giorno, in armonia con la natura. Spesso noi musulmani ce ne dimentichiamo, la compiamo meccanicamente e frettolosamente, o ce ne allontaniamo. Oggi il ricordo del 12 novembre 2010 si trasforma in un augurio ai musulmani e alle musulmane di riscoprire il valore e la bellezza della tradizione spirituale che ci è stata trasmessa. Inoltre, al di là della fede e delle religione, auguro a tutti di trovare spazio ed energia per gustare ogni giorno della bellezza e del piacere di un momento di riconciliazione con noi stessi, la natura e il divino.

 

* Attestazione di fede in un unico Dio e nel suo Profeta Muhammad. È il primo pilastro dell’Islam.