Di conversioni e operazioni di salvataggio

 

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di Margherita Picchi *

Mi piace considerarmi una figlia dell’Illuminismo.

Ho ricevuto un’educazione laica, improntata a un’etica rigorosamente anticlericale, per non dire antireligiosa: quand’ero un’adolescente impegnata, mi definivo robespierrista. Non che l’universo religioso fosse assente dalla mia infanzia (tutt’altro), ma invece della Bibbia mi sono stati letti i miti greci, e non ho fatto catechismo né religione cattolica a scuola; fatto peraltro ben poco insolito nella mia città natale, Firenze, dove sono cresciuta a pane e blasfemia e all’ora di religione in classe restavano quattro gatti.

Avevo 16 anni l’11 settembre 2001, quando le Torri Gemelle sono crollate nell’attentato terroristico più famoso della storia contemporanea (dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, forse). Dieci anni dopo mi laureavo all’Orientale di Napoli con una tesi specialistica sul pensiero di Sayyid Qutb, il maggiore ideologo dell’islamismo radicale contemporaneo. Avevo deciso di specializzarmi in storia dell’Islam politico perché volevo capire chi erano, questi Altri che secondo i media ci odiavano, e avevo capito presto che la storia era ben più complessa di così. Avevo capito che terrorismo ‘jihadista’ e Islam politico sono due cose diverse, che il primo è la degenerazione del secondo un po’ come il terrorismo rosso è stato la degenerazione del pensiero di Marx e il Terrore francese del robespierrismo; e avevo capito che il jihadismo è un fenomeno che si spiega molto meglio leggendo il contesto storico politico dell’800-‘900 piuttosto che le parole del Corano (questa storia l’ho raccontata altrove): quello che mi preme qui raccontare è che questa maggiore comprensione non aveva intaccato di un millimetro la mia convinzione che l’Islam fosse una religione irrimediabilmente maschilista.

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Margherita al GayPride 2010 (Napoli) Foto di Emma di Taranto

Non che avessi un’opinione migliore del Cristianesimo, dell’Ebraismo, o delle religioni in generale. L’unica scelta ‘giusta’ per le donne mi pareva quella del laicismo. Il semplice fatto che i paesi del mondo che hanno il risultato migliore nel gender gap index siano anche quelli che hanno la percentuale più alta di ateismo mi pareva una solida base per concludere che la strada dell’emancipazione femminile dovesse necessariamente passare dall’abbandono della religione, e che le donne non religiose fossero più emancipate di quelle che si identificano come tali. Era un ‘dogma’ che non avevo mai messo in discussione.

Cosicché, quando l’amica più cara che ho conosciuto all’università mi ha annunciato di essersi convertita all’Islam, la mia reazione è stata di shock.

Non capivo. Com’era possibile? Conoscevo Rosanna come una ragazza brillante, certo un po’ tormentata, ma lucida e aperta di mente. Eravamo andate a un gay pride insieme. Ammiravo il grande coraggio con cui aveva scelto di imbracciare uno stile di vita e un pensiero laico, allontanandosi dalla religiosità molto rigida cui l’avevano educata i suoi genitori, testimoni di Geova. In questo senso, la sua era stata una ‘scelta’ molto più della mia, che alla laicità ci sono stata cresciuta. Non capivo come potesse essere ‘tornata indietro’, tanto più per imbracciare l’Islam. Ma l’aveva letto il Corano, i versetti che attribuiscono ai mariti un ‘grado di privilegio’rispetto alle loro mogli, e il diritto di disciplinare con la forza le consorti disobbedienti?

Ero turbata, arrabbiata. Ci ho dormito male diverse notti. E alla fine ho concluso che qualcuno le aveva fatto il lavaggio del cervello e che era mio dovere di amica andare a salvarla.

Rosanna si era infatti convertita in Siria, dove avevamo pianificato di andare entrambe a studiare l’arabo – prima della guerra Damasco era una meta privilegiata per gli studenti di arabo di tutto il mondo. Lei era partita qualche mese prima di me, io l’avrei raggiunta a dicembre 2010; ed è proprio qualche settimana prima del mio arrivo che lei ha deciso di raccontarmi la sua decisione di convertirsi, perché non lo scoprissi all’arrivo.

Scelta saggia, di cui la ringrazio – almeno ho avuto modo di abituarmi all’idea.

Riflettendo sulla notizia, ho concluso che un mutamento così repentino non poteva spiegarsi che con una sorta di lavaggio del cervello (mi aveva detto che non c’entrava un uomo, ma non ci avevo creduto subito), e mi sono armata di argomenti razionali per decostruirlo. Ho comprato una copia di L’illusione di Dio di Richard Dawkins, l’ho infilata in valigia e mi sono ripromessa di regalargliela appena arrivata – così, tanto per cominciare la conversazione.

Poi sono atterrata all’aeroporto di Damasco, e finalmente l’ho vista.

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Margherita e Rosanna in un ristorante a Damasco poco prima di rientrare in Italia

Lo ricordo molto bene, ed è buffo, perché non ho alcuna memoria di quando io e lei ci siamo conosciute, ma ricordo come fosse ieri quando l’ho vista per la prima volta come Maryam. Ho pensato che il “cencio in capo” non le stava poi male, e sono rimasta spiazzata da quanto era raggiante il suo sorriso. Somigliava un po’ a quello con cui è stata fotografata al suo arrivo Silvia Romano: anche se la storia di queste due donne è molto diversa, la luminosità che ho visto era la stessa. Era come se nel mettersi un velo se ne fosse tolta un altro; come se si fosse sollevata un’ombra (ho scritto che era ‘un po’ tormentata, ricordate?), che non ho visto tornare mai più.

Il libro gliel’ho dato e lei l’ha accettato con molto garbo, ma mi sono sentita una stupida all’istante. Il sermone laicista che mi ero preparata è risultato goffo e inadeguato pure a me, e l’ho tagliato corto molto presto. Era chiaro che fosse felice, più felice di prima, e che diamine di senso poteva avere ‘salvare’ la mia amica da qualcosa che l’aveva resa felice?

Ho ritenuto più intelligente chiudere la bocca e aprire gli occhi e le orecchie. E’ stata un’esperienza istruttiva, che ha avuto un ruolo determinante nel farmi poi scegliere di specializzarmi nello studio del femminismo islamico, e sostenere il lavoro delle donne che quei famosi versetti scelgono di contestualizzarli, invece di usarli come scusa per oscurare il profondo egualitarismo del messaggio coranico.

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Margherita a Damasco fotografata da Rosanna

Più di ogni altra cosa, forse, è stata l’accoglienza che ha ricevuto Rosanna al suo ritorno a motivarmi. Anche lei si è infatti presa la sua dose del fango che si riversa in modo inevitabile su ogni donna che scelga di convertirsi all’Islam (e che di solito risparmia gli uomini che fanno lo stesso, chissà perché). Ho sentito cattiverie sul suo conto che mi vergognerei a riportare: ed eravamo all’università di Napoli ‘l’Orientale’, fra studenti di arabo e studi islamici, non nella sede della Lega di Predappio. Come se la sua scelta costituisse qualche sorta di tradimento culturale imperdonabile, anche fra gente ‘acculturata’, di sinistra, antirazzista.

Ed ecco che Silvia Romano torna a casa, e succede di nuovo, su scala ovviamente molto maggiore. Il suo velo fa più notizia della sua liberazione, quotidiani nazionali sbattono ‘l’ingrata’ in prima pagina, l’accusano di essere tornata ‘con la divisa del nemico’, accostano la foto del suo ritorno a vecchie immagini in minigonna titolandole ‘liberata?’. Se da sinistra la si difende comunque si tentenna, e le diagnosi improvvisate di ‘sindrome di Stoccolma’ passano di bocca in bocca, di post in post.

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Margherita nella moschea di Sayyda Ruqqaya fotografata da Rosanna, che quel giorno le prestò il velo

In fondo lo capisco. Ci sono passata. Se assumiamo come dogma che la condizione di ‘laicità’ sia quella che concede maggiori libertà a una donna, che tutte le religioni siano patriarcali e l’Islam la più patriarcale di tutte, quella di passare da ‘laica’ a ‘religiosa’, tanto più ‘musulmana’, non può che apparire come una scelta ‘folle’. E per spiegare una scelta che ci appare ‘folle’, il ‘lavaggio del cervello’ offre una spiegazione comoda: e se è comoda sempre, figurarsi dopo 18 mesi di prigionia.

Ma i percorsi di crescita e di liberazione – personali come collettivi – non sono tutti uguali, e dovremmo liberarci noi di questa arroganza tutta occidentale di ritenere il nostro sistema socio-culturale l’unico che sia davvero umano.

Guardatela meglio. Guardate come sorride, perché è l’unica cosa che possiamo fare. Non potete sapere cosa sia a rendere così luminoso quel sorriso, ma potete essere felici per lei, risparmiarvi i giudizi, e lasciarla stare. Se non capite, tacete e ascoltate, che se vorrà ce la racconterà lei la sua storia, quando vorrà. E se deciderà di tacere, potete ascoltare le storie di tante altre donne musulmane, che hanno tanto da dire e nessun bisogno di essere salvate.

 

* MARGHERITA PICCHI ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia delle donne e delle identità di genere presso l’Università Orientale di Napoli nel 2016, dove già aveva ottenuto nel 2011 la laurea specialistica in Scienze delle lingue, storia e cultura del Mediterraneo e dei paesi islamici. I suoi interessi di ricerca includono gli studi coranici e il pensiero  islamico contemporaneo, oltre che gli studi di genere e queer in contesti musulmani. Dal 2018 è assegnista di ricerca presso la Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna, dove conduce una ricerca sulla teologia islamica della liberazione in Sudafrica.

L’Islam: oggi come nove anni fa

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Moschea degli Omayyadi, Damasco 2010. Foto di Rosanna Sirignano

Le ore di luce lentamente facevano spazio a quelle di buio, l’aria era diventata più fresca e respirabile quel pomeriggio a Damasco. Acquistai un foulard di cotone nero da uno dei piccoli negozi del suq e mi diressi verso l’autobus. Per una strana coincidenza c’erano solo donne, tutte visibilmente musulmane. Persa nei pensieri che vagavano da un luogo all’altro della mente senza una precisa meta, mi ritrovai sola al capolinea dell’autobus, senza accorgermi di aver attraversato tutta la città. “Fine della corsa, scendere!” – e il conducente si voltò verso di me e sorridendo chiese: “Ajnabiye” “Straniera?”- “Sì, mi sono persa”. Chiamai Nura, che mi aspettava a casa sua per un tè da almeno un’ora e le spiegai la situazione. L’autobus successivo sarebbe partito dopo almeno mezz’ora e io mi trovavo in una zona lontana da casa sua. Le chiesi scusa, promettendole che le avrei fatto visita presto. A quel punto il conducente mi fece segno di passargli il telefono. Scambiò due chiacchiere con la mia amica, poi riattaccò e mi disse di stare tranquilla. Nonostante avesse terminato la sua giornata di lavoro, l’uomo tornò indietro e mi condusse in un punto della città dove mi stava aspettando Nura. Lo ringraziai immensamente e oggi gli sono ancora più grata per aver partecipato ad uno dei giorni più importanti della mia vita. Quel giorno a casa di Nura imparai i movimenti della preghiera islamica, imparai una pratica che la sera stessa divenne il mio linguaggio spirituale per i 9 anni successivi: l’Islam. Tornata a casa nel buio e il vuoto della mia camera siriana stesi a terra il tappeto leggero che mi aveva donato Nura, avvolsi la testa con il foulard nero comprato poche ore prima e cercai di ripetere la sequenza dei movimenti. Ne ricordavo bene solo uno: il sujud, la posizione in cui ci si piega con la fronte al pavimento e si diventa una piccola parte dell’immenso universo. Così, spontaneamente la shahada* attraversò la mia mente e uscì dalle mie labbra come un soffio. Il corpo rimase rigido e gli occhi faticarono a chiudersi per tutta la notte. Al mattino lavai via la pesantezza e il superfluo con acqua calda e mi preparai ad una nuova e faticosa ricerca. Giorno dopo giorno apprezzavo il silenzio e la pace delle prime ore dell’alba, lasciavo che i suoni del Corano vibrassero dentro di me per guarirmi fino al tramonto. I movimenti e le parole della preghiera diventavano sempre più naturali e fluidi e così cambiava il mio corpo, e con esso la mia mente e il mio spirito. Ai miei occhi di giovane viandante, le strade, le moschee, le chiese, i palazzi, le piazze, i bar di Damasco pregavano e glorificavano l’Universo, con gratitudine e gioia. Oggi celebro questo giorno, per ricordare che l’Islam è essenzialmente un modo di prendersi cura di se stessi e di connettersi con il divino. Il suo fulcro è la preghiera, in arabo salat, da compiere cinque volte al giorno, in armonia con la natura. Spesso noi musulmani ce ne dimentichiamo, la compiamo meccanicamente e frettolosamente, o ce ne allontaniamo. Oggi il ricordo del 12 novembre 2010 si trasforma in un augurio ai musulmani e alle musulmane di riscoprire il valore e la bellezza della tradizione spirituale che ci è stata trasmessa. Inoltre, al di là della fede e delle religione, auguro a tutti di trovare spazio ed energia per gustare ogni giorno della bellezza e del piacere di un momento di riconciliazione con noi stessi, la natura e il divino.

 

* Attestazione di fede in un unico Dio e nel suo Profeta Muhammad. È il primo pilastro dell’Islam.

Madre Siria, eri bella

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Dipinto dell’artista siriana Souad Mardam Bey

Petruro Irpino (Avellino). E’ una giornata molto calda, la spaziosa piazza bianca riflette i raggi del sole, tanto da costringermi a coprirmi gli occhi con una mano e a cercare un posto all’ombra. Da qualche tempo Petruro Irpino ospita famiglie di rifugiati tra cui siriani, che hanno cambiato la vita del paese e destato la curiosità di molti. Una signora mi saluta e mi dice: “Mi dispiace per quello che sta succedendo fra Siria e Turchia, anche se francamente ne so molto poco, quindi non saprei da che parte stare.” Filomena* sembra provare imbarazzo nel pronunciare quelle parole e io la rassicuro dicendole che nonostante gli anni di studio, anche io faccio fatica a comprendere fino in fondo la complessità di un conflitto che si perpetua ormai da 9 anni e che ha una storia ben più lunga alle spalle. Cerco di dare qualche spiegazione in più, pur consapevole che è limitata, insufficiente, parziale. Filomena ascolta con attenzione, visibilmente interessata a comprendere meglio il mondo da cui vengono i suoi vicini siriani, con cui ancora ha difficoltà a comunicare a causa della lingua. Lei forse non lo sa, ma in quel momento sta compiendo un atto rivoluzionario dal valore umano inestimabile.

La domanda è sempre la stessa: “Da che parte stare?” Non è facile rispondere: ogni affermazione sembra sbagliata, arrogante e ingiusta, imprigionata nella paura costante che possa essere usata per diffamarti, che possa danneggiare l’immagine dei siriani, che possa ferire o indignare qualcuno. Parole come “dalla parte dei civili”, “pace”, “umanità” sembrano banali e prive di senso. Succede soprattutto ai figli della Siria, quelli che ci sono nati, che lì sono andati a scuola, hanno lavorato, si sono sposati, hanno bevuto fiumi di tè e guardato infinite serie televisive sgranocchiando biscotti e noccioline. Succede a quelli che sono stati cresciuti da genitori siriani, quelli che ci trascorrevano le vacanze estive, quelli che non hanno mai potuto vedere la Siria, ma a cui i genitori hanno trasmesso la lingua e la cultura siriana. Succede a quelli  che hanno trascorso anni di studio e di lavoro lì, succede a quelli che hanno la Siria dentro per un motivo ignoto. La Siria è una madre generosa e accogliente che non fa differenza fra figli naturali e figli adottivi. Non è morta, quindi il dolore che si prova nel vederla torturata, distrutta, agonizzante non è assimilabile al lutto. E’ diverso, ti spezza in due, ti fa sgorgare lacrime pesanti e amare, che non sapevi fossero albergate in un luogo oscuro del tuo essere. Ti fa vivere un senso di inquietudine costante che a volte riesci ad arginare dimenticandola, ignorandola, ma tanto lei torna, perchè è così, una madre non puoi mai eliminarla dalla tua vita. Le parole dei figlie e delle figlie della Siria sono sempre intrise di emozioni contrastanti e così diventa faticoso esprimersi sulla situazione politica del paese, spiegarne l’intricata storia, far luce sulle diverse componenti della sua società. Le parole dei figli e figlie della Siria a volte sono ascoltate con sospetto, come se il coinvolgimento emotivo impedisse un’ analisi lucida e razionale. Per fortuna non la pensa così Filomena e chi, come lei, è ancora aperto al dialogo e all’ascolto autentico in un mondo dove comunicare pacificamente risulta a volte impossibile.

Ad ogni modo ci sono giorni in cui si ha la sensazione di essersi abituati a tutto questo, ma poi arriva qualcuno che ti chiede “com’era la Siria?” – “Kif kanat Surya?” e tu sei costretto a rispondere “Kanat helwe” – “era bella”. In queste due parole era/kanat si nascondono tutte le lacrime siriane, che io oggi ergo a bandiera dell’umanità che resiste e rivendico il pianto come atto politico consapevole, di chi sa bene da che parte stare.

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Dipinto dell’artista siriana Souad Mardam Bey

*Nome di fantasia.

Per Israa e per tutte le donne palestinesi

Cara Israa,

Ho letto di te in inglese, in arabo e in italiano: dicono che una foto su Instagram ha scatenato l’ira di tuo padre e tuo fratello. Dicono che una tua parente donna è stata loro complice. Dicono che la loro rabbia li ha accecati a tal punto, che ti hanno brutalmente picchiata anche in ospedale. Dicono che medici e infermieri sono rimasti lì a guardare, forse per paura, forse perché in fondo pensavano che fosse una punizione meritata. Non si sa ancora con certezza che cosa sia successo, non è importante, forse. Difficile parlare di te qui in Italia: la tua storia rischia di alimentare i pregiudizi sul mondo arabo-islamico, di aumentare la diffidenza di chi rifiuta la complessità del mondo.

Ho visitato la tua terra nel 2015, ci sono rimasta circa due mesi. Da allora il mio sguardo sul mondo è cambiato, il mio cuore è stato solcato da una nuova ferita e si è aperto ad un senso di gratitudine immenso per le gioie che mi sono concesse. Di quel viaggio non parlo quasi mai, contatto poco le persone che allora, con grande generosità, mi hanno accolto nelle loro vite. Loro, le donne, sono sempre nei miei pensieri: erano bambine, giovani, anziane, erano sorridenti, tenaci, stanche, generose, sagge.

“Quando torni in Italia, cara Maryam, spiega per favore che non è solo la difficile situazione politica ed economica ad opprimerci, ma la stessa nostra società, con la sua mentalità patriarcale” mi disse una donna durante una visita per un nuovo nascituro di una delle mie due famiglie adottive. Da allora, non avevo tirato fuori questo episodio, se non in qualche conversazione privata con amici, oggi sento il dovere di scriverlo, per mantenere la parola data. Una parte di me non voleva accettare che la Palestina, la mia amata Palestina fosse anche questo. “La nostra vita è orribile, Maryam, io oggi ho avuto la possibilità di uscire solo per l’occasione della nascita del bambino, altrimenti con la scusa che le strade sono pericolose, i nostri mariti non ci consentono di uscire liberamente. Scrivilo, per favore quando torni in Europa,”  continuò questa donna di cui a malapena ricordo il volto. Come un ferro rovente le sue parole attraversavano le mie carni, una parte di me rifiutava la dura realtà che anche io avevo osservato in alcune famiglie. Alla nostra conversazione parteciparono anche altre donne, che mi fornirono esempi per provare che il loro disagio e il loro dolore era reale. Mi spiegarono anche che non tutte le donne erano costrette dalla volontà arbitraria dei familiari maschi, anch’essi vittime di una società che assegna ruoli prestabiliti in base al genere. “Tu hai la libertà, Maryam, non sprecarla, tu puoi scegliere di essere felice, quindi fallo.” Da allora la mia vita non è stata più la stessa, da allora ho sempre scelto libera dai condizionamenti che la mia società, la mia famiglia, la mia comunità religiosa mi impongono. Da allora la mia libertà e la mia felicità hanno un valore pregnante per la mia vita quotidiana. Non c’è scelta o azione che compio senza pensare prima a questi principi, delimitati dal buon senso e dal profondo significato dell’Islam, che da allora è diventato per me un soffio di libertà. Tutto, il matrimonio, lo studio, il lavoro, la religione, per quanto è possibile non devono essere una prigione per noi, ma un modo per esprimerci e vivere la nostra vita con gioia. Grazie a questo importante insegnamento, tornata in Europa, ho compiuto delle scelte che da tanti, anche membri della famiglia, non sono state comprese. Ho tagliato i ponti con gli uomini che in quel momento tentavano di esercitare potere su di me, che non mi rispettavano adeguatamente, che non lasciavano al mio soffio di libertà di scorrere. Coraggiosa? No, perché a parte qualche lacrima, senso di solitudine, giudizio degli altri, non c’è stata alcuna conseguenza. Come te, anche qui purtroppo ci sono donne costrette a raccontare bugie, a nascondersi, a restare immobili e nascoste, che ogni giorno muoiono per aver osato dire “no”. Ecco quelle sono delle sante, degli eroi, io e la maggior parte delle mie concittadine europee no.


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Bet Sahur 2015, foto di Maryam Rosanna Sirignano

Una volta sono stata nella tua piccola Bet Sahur, ho respirato aria pura dalle colline che costeggiato il tuo piccolo paese. Chissà quante volte avrai trascorso del tempo lì a guardare l’orizzonte, a sognare di andar via con il tuo principe azzurro o forse da sola a studiare in Europa, per diventare una famosa make-up artist. Chissà quante lacrime avrai versato tra le tue ginocchia, le uniche pronte ad accogliere la tua testa quando sentivi che era veramente troppo. Hai mai visitato Gerusalemme?  Io sì, è un luogo meraviglioso, difficile da descrivere, un pezzo di paradiso in terra, che splende nonostante tutto. Sai perché ho visitato la tua terra? Perché sono una studiosa, mi occupo della Palestina raccontata dall’ antropologa scandinava Hilma Granqvist, che negli anni ’30 descrisse la vita delle donne di un villaggio vicino al tuo. Quindi, sono anni che  studio lo sviluppo di tradizioni, superstizioni, usi e costumi costruiti nel passato per ordinare e controllare una piccola società rurale, in lotta per la sopravvivenza. Insomma, so molto bene da dove vengono le giustificazioni che forse la tua famiglia avrà trovato per commettere un atto tanto crudele e tanto ingiusto.

Prego per loro Israa, perché a te il Paradiso è già garantito. Prego affinché la malattia che li affligge possa abbandonarli, per restituir loro l’umanità e il senso profondo dell’Islam, che è soprattutto raḥma, misericordia, compassione. Prego affinché il tuo martirio possa far germogliare un seme di consapevolezza nei cuori di donne e uomini palestinesi. Prego affinché il tuo urlo straziante possa far svegliare la coscienza di uomini e donne ovunque essi siano. Prego affinché non siano più necessari sacrifici come il tuo.

Con amore e gratitudine,

tua sorella Maryam

Antropolaroid: Una rivoluzione mediterranea

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Ieri sera ho avuto il privilegio di essere tra gli spettatori di Antropolaroid di Tindaro Granata, nella mia amata Napoli, presso lo spazio teatrale Sala Assoli. Le righe che seguono sono un tentativo per dire “grazie”, perchè un lungo applauso non mi è bastato. Ho pianto a dirotto per tutto il tempo, anche quando accennavo un sorriso, anche quando gli altri ridevano. E mi sentivo a disagio e sola. Il senso dello spettacolo autobiografico, spiega Tindaro, è racchiuso nelle parole della nonna antica, nonna Concetta: “E ricordati nipotinu meu, avrai tanta fortuna. Tanta bellezza e tanta sofferenza”. Quella sofferenza ha un sapore diverso a seconda di come e dove sei cresciuto. Quella di Tindaro, che con infinita generosità e sincerità racconta pezzi della sua vita è la sofferenza del Sud, del Mediterraneo che accarezza Napoli e fa sentire la sua brezza anche nella mia fredda Irpinia, il mare che ha accompagnato la vita di Tindaro nella sua calda, gioiosa e nostalgica Sicilia, quello che si scorge dalle coste del Medio Oriente e del Nord Africa. I racconti di Tindaro, mi hanno spinta lontano nella mia infanzia, nei luoghi delle ferite mai guarite, delle ingiustizie mai comprese, poi, come le onde di un mare in tempesta mi hanno colpito, mi hanno scosso e scaraventato fino a quel villaggio di cui non voglio mai parlare: Artas, in Palestina, dall’altra sponda del Mediterraneo. antropolaroid-2.jpgTindaro rappresenta il femminile e il maschile delle nostre terre, gli intricati rapporti d’amore, l’ossessione per l’opinione altrui, la solidarietà necessaria e opprimente, le lotte per sopravvivere, la saggezza dei nonni, la loro tenacia e infinita pazienza. L’amore assurdo per una terra piena di spine, di arsura e di venti implacabili, da cui un giorno ci allontaniamo per guardare altrove, per diventare grandi. Tutto esplode quando lui ha il coraggio di spezzare la catena. Lo fa decidendo di diventare se stesso, di seguire il suo destino, di assecondare le sue passioni, viaggiando in direzione contraria rispetto al suo mondo. Con il suo spettacolo Tindaro sprofonda nella sua storia, nella memoria della sua famiglia, per strappare dalla terra le sue radici e riportarle in superficie, così da guardarle bene, per celebrarle e farne dono a noi spettatori.  Le sue parole, i suoi gesti, i suoi sgurdi hanno qualcosa di strano, di inconsueto, di raro: sono veri. Ed è per questo che la sua arte è capace di muovere qualcosa dentro di me, di irrorare il seme della rivoluzione, di cui tutti abbiamo bisogno prima o poi. Mi ricorda chi sono e da dove vengo, e mi fa svegiare con una forza ed un coraggio rinnovati. Sì, da ieri non sono più la stessa. Grazie Tindaro!

“Drumul” – dalla Romania alla provincia irpina: l’ umanità che (r)esiste

La settimana scorsa un piccolo gioiello è approdato nella provincia irpina. Grazie a Nicola Mariconda, al suo sforzo costante di mantenere viva la passione per il teatro, alla sua dedizione a lavorare ogni giorno per contribuire alla crescita umana del suo territorio, riceviamo un dono prezioso. La Bottega del Sottoscala, sede dell’Associazione G&D show, di cui Nicola è presidente, è un luogo che racconta di sogni, di relazioni, di duro lavoro, di apertura a tante forme d’arte, un piccolo teatro accogliente nel comune di S. Michele di Serino (Av). In scena il 19 e 20 gennaio Marius Bizău, accompagnato dalla musica dal vivo e dalla coinvolgente simpatia del polistrumentista Daniele Ercoli con la regia di Lorenzo di Matteo, che ha scritto il testo “Drumul – la strada”, una narrazione autobiografica dell’attore Bizău. Con grande disinvoltura, precisione e delicatezza dei movimenti Marius Bizău interpreta se stesso, ripercorrendo i momenti salienti della sua vita in ordine cronologico: dalla sua nascita nel 1983 al momento della piena realizzazione di se stesso, quando comincia il percorso di formazione come attore presso l’Accademia di Arte Drammatica Silvio D’Amico. Marius ci racconta dell’Europa ai margini del pensiero e dell’interesse di molti, l’Europa balcanica, attraversata da guerre, sofferenze e oppressioni. Sin da subito emerge la possente figura materna, una donna apparentemente dura, ma dal cuore tenero, una donna che sopporta con dignità la violenza del marito, colpo dopo colpo, livido dopo livido, una donna che resta in piedi nonostante tutto, una mamma mediterranea. A volte l’attore interpone frasi e parole in rumeno, e subito ci ricordiamo che è una lingua neolatina, come la nostra, dal suono abbastanza familiare. Nel distacco apparente e nella fermezza con cui Marius scandisce ogni parola, si annida il profondo dolore che un tempo lo ha devastato, ma che ora è la sua più grande fonte di energia. Daniele Ercoli circondato dai suoi strumenti lo segue con sguardo dolce e attento, è lì pronto a sostenerlo e ad entrare in contatto con le sue ferite, alleviate dal suono della sua musica. Parola dopo parola cresce la potenza del racconto individuale, delle storie di vita, che spesso ci trasmettono molto di più che decine di libri. Attraverso il racconto di Marius riflettiamo sul dramma delle migrazioni, dei distacchi forzati, a poco a poco sgretoliamo i pregiudizi nei confronti dello “straniero”, dell’ “altro” percepito come diverso e pericoloso. Ci accorgiamo della grande ricchezza culturale e umana che persone appartenenti a diversi mondi hanno portato nel nostro paese. Mettiamo in discussione il nostro senso di appartenenza e il nostro concetto di identità. Marius parla un elegante e soave italiano, che suona come una piacevole melodia alle orecchie dello spettatore: sì, perché costruirsi un’altra appartenenza, appropriarsi di un altro modello culturale è un diritto di tutti. In Italia, Marius scopre il suo talento e la strada che deve seguire per essere felice, e così con disciplina, duro lavoro, costanza e fiducia si incammina verso un percorso di formazione che lo porterà lì dove è adesso. Al termine dello spettacolo scopro che Marius è legato da un sentimento di amicizia a Nicola Mariconda, che commosso ringrazia il pubblico. Io gli parlo della mia Siria, delle difficoltà della comunità islamica in Italia. Lorenzo di Matteo, racconta di come ha costruito il testo a partire dai racconti di Marius e sua madre, Daniele Ercoli ci intrattiene con buffi racconti  sulla comunità rumena a Roma. “Sono salva!” penso, il mondo in cui vivo e le persone di cui mi circondo fanno parte di quell’umanità che (r)esiste!

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La Locandina dello spettacolo “Drumul-la strada”

Da Damasco a Caserta: la lingua araba accorcia le distanze

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Chiara Costanzo con alcuni degli studenti del corso di arabo

Sembra che io abbia incontrato la mia anima gemella! Giovane donna meridionale, come me, con un simile percorso di formazione e una grande passione per il mondo arabo! Lei è Chiara Costanzo, insegnante di lingue, fondatrice dell’Associazione Culturale Araboce*. La sua passione per l’arabo comincia diversi anni fa tra i banchi dell’università di Napoli “l’Orientale”. Durante il suo percorso di studio ha avuto la possibilità di studiare a Tunisi, al Cairo, ma i soggiorni più lunghi li ha trascorsi in Siria, di cui conserva preziosi ricordi.

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A Mar Musa nel 2006

È ritornata in Siria per l’ultima volta nel 2010 per pochi giorni. Nel 2008 ci aveva trascorso sette mesi per raccogliere materiale per la sua tesi di magistrale sul diritto di famiglia tra i curdi siriani. “Della Siria ricordo in particolare le persone, sempre calorose, gentili ed accoglienti! In Siria ho incontrato persone serene, molto aperte e curiose.” racconta con una punta di dolore. Ricorda poi di padre Paolo Dall’Oglio, che considera una delle persone più influenti della sua vita. “Sono stata a Mar Musa nel periodo pasquale, dove abbiamo celebrato con musulmani e cristiani. Lì ho capito il valore della Pasqua.”

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A Mar Musa nel 2006

Dopo la laurea Chiara ha seguito quello che sarebbe diventato suo marito a Gaziantep in Turchia, a circa 100 km da Aleppo, dove ha lavorato come insegnante di italiano. Rientrata in Italia, spinta da un forte desiderio di mettere a frutto la sua esperienza e le sue conoscenze nella città in cui è nata: Caserta. “Volevo mettere a disposizione della mia città le mie risorse e le mie competenze, pur sapendo che non sarebbe stato facile.” Inizialmente organizzava degli eventi molto semplici legati alla cultura araba, per poi fondare l’associazione culturale Araboce, che quest’anno inaugura la quinta edizione dei corsi di lingua araba per principianti. “La maggior parte dei miei studenti sono persone interessate alle culture in generale, sensibili alle questioni politiche e sociali. Inoltre ci sono diversi studenti universitari che necessitano di supporto per la preparazione degli esami.” Non mancano le critiche che per fortuna, riferisce Chiara, arrivano dalla minoranza: “Qualcuno mi ha detto, anziché insegnare italiano agli stranieri insegniamo l’arabo ai casertani, che assurdità!” In effetti, le chiedo in modo provocatorio: “Perché studiare l’arabo?” “Prima di tutto per abbattere i pregiudizi, la paura del diverso in generale, non solo l’arabo. A Caserta in particolare ci sono diverse comunità di persone provenienti dal Marocco, dall’Africa Sub Sahariana, dall’ex Unione Sovietica e dal Sud America. Purtroppo vivono ghettizzati e solo recentemente si vedono sforzi di reciproca conoscenza. Studiare la lingua araba accorcia dunque le distanze, aiuta le persone ad avvicinarsi ad una cultura che si conosce poco.”

 

*Per maggiori informazioni :

http://araboce.blogspot.com/